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Il federalismo? Lo paga l’ospite

Quella del federalismo fiscale non è una riforma come tante. Dopo un decennio di prove e discussioni, due cambiamenti della Costituzione già attuati (di cui uno bocciato da referendum ed uno tuttora vigente), infiniti dibattiti, molteplici commissioni tecniche, né il centrodestra né il centrosinistra erano riusciti a tanto. È vero infatti che all’ultimo si è aperto un contenzioso che ha rischiato di travolgere la stessa legislatura, ma l’approvazione del decreto sul fisco comunale è un passo forse decisivo per la riforma. Il nuovo assetto rappresenta l’attuazione dell’art. 119 della Costituzione, che stabilisce l’autonomia di entrata e di spesa degli enti locali. Sino ad oggi, l’Italia è stata caratterizzata da un sistema di finanza derivata, fondato prevalentemente sui sussidi alle autonomie. Un sistema consociativo che aveva fatto di regioni ed enti locali un terreno di scambio tra trasferimenti centrali e consenso locale. E dovrebbe finire l’assurdo meccanismo (decreti Stammati e seguenti) di trasferimenti casuali, realizzati sulla base della spesa storica. Con un paradossale effetto di aumento della spesa locale, senza promuovere l’efficienza. Il cosiddetto «socialismo municipale» ci ha campato per anni, lucrando sulla spesa storica. Ora la situazione tende a rovesciarsi, ma con qualche evidente contraddizione. La prima riguarda la chiarezza e linearità della riforma. È una riforma ancora oscura e tecnocratica: basta dare un’occhiata ai testi di legge approvati per rendersi conto che siamo nella terra del più profondo «burocratese». Norme di legge che demandano ad altri decreti, regolamenti, dpcm e quant’altro! Un vero labirinto che solo sulla fiducia (è il caso di dire) si definisce federalismo fiscale. In realtà sembra un guazzabuglio di leggi da cui ci si augura che Calderoli e Tremonti riescano prima o poi a venire a capo. L’architettura del federalismo sembra ancora la Sagrada Familia di Gaudí: un eterno cantiere. Il nuovo sistema ha un impianto estremamente complesso, fatto di 20 decreti attuativi ed altrettanti regolamenti, una gigantesca banca dati unificata dei bilanci locali, 12 tributi riformati, 5 soggetti della riscossione, 2 fondi di sussidiarietà, una ventina di nuovi criteri generali, 8 differenti tipi di procedure attuative, per non dire delle svariate commissioni e livelli decisionali che saranno coinvolti. E si deve ancora costruire una base di dati omogenei e condivisi ed occorrerà attuare un complesso sistema di deleghe incrociate, per il quale occorreranno a dir poco una ventina di decreti e regolamenti che dovrebbero vedere la luce da qui al 2014. Se non interverranno nel frattempo sentenze della Corte costituzionale o altri livelli giurisdizionali a rimettere tutto in gioco. In bocca al lupo. Certo, la nuova normativa prevede l’invarianza della pressione fiscale. Tuttavia se lo stato riduce l’imposizione fiscale, ma riconosce al tempo stesso ampi spazi di manovra agli enti territoriali su imposte proprie e aliquote, il risultato potrebbe essere in molte situazioni locali un aggravio dell’imposizione. Insomma, gli scenari possibili sono molteplici. Se, per esempio, il governo deciderà di realizzare (soprattutto nell’imminenza elettorale) una riforma del fisco statale, potrebbe stabilire un taglio della pressione fiscale del 2-3% e scegliere di finanziarla riducendo fortemente la quota di trasferimenti che va ai comuni, dando a questi la possibilità di recuperare risorse con la leva fiscale. Allora scatterebbe una imposizione sui residenti del tipo «vedo, voto, pago». Un effetto simile avviene oggi con l’Irap, inasprita a carico delle imprese in quelle regioni nelle quali l’irresponsabilità delle amministrazioni e dei cittadini determina crescenti deficit nei sistemi sanitari, o con le addizionali Irpef. Ma anche sul «vedo, voto, pago» c’è qualche contraddizione, retaggio forse della furbesca cultura della prima repubblica. La maggior parte delle nuove tasse attribuite ai comuni si basa in realtà sui non residenti: Iva, Imu sulle seconde case, tassa di soggiorno, pubblicità, commercio ambulante. Come dire, incassiamo più soldi ma non a carico della comunità locale. Il difficile arriverà quando le tasse ai municipi le dovranno versare cittadini-elettori, che a quel punto vorranno esercitare anche un maggior controllo sulla spesa. La scommessa più delicata, però, rimane quella degli squilibri territoriali. La distribuzione dell’Iva è sperequata. Al Nord si incassano 3.500 euro per abitante, mentre al Sud si scende intorno ai 500 euro pro capite; inoltre per garantire ai comuni i 2,8 miliardi del fondo redistributivo, l’aliquota di compartecipazione dovrebbe arrivare al 3,5 per cento, ben al di sopra del 2,6 per cento ipotizzato. In sostanza la nuova legislazione, per evitare di tradursi in nuovi deficit o inasprimenti fiscali, dovrebbe avere due requisiti: essere graduale nell’attribuzione delle risorse e soprattutto rafforzare il controllo (centrale e regionale) sulla spesa degli enti locali. Infine, è da affrontare in modo organico il problema del debito locale e degli strumenti di finanza derivati. Nel breve periodo si potrebbe infatti aggravare il problema dell’esposizione debitoria degli enti locali che hanno sottoscritto strumenti finanziari derivati. Calderoli è avvertito: solo la responsabilità personale degli amministratori ma anche la legge dovrà difendere la collettività locale dal rischio di rovinosi default. La spesa farà la differenza ItaliaOggi Sette, con l’aiuto del centro studi Faber Sviluppo, ha provato a stimare il possibile impatto del federalismo sugli equilibri e le grandezze finanziarie in gioco. Nel 2014, con l’entrata in vigore della riforma federalista, la spesa pubblica che transiterà nel sistema regionale-locale dovrebbe essere di circa 233 miliardi di euro, a fronte di un debito locale di 135 mld. La spesa è suddivisa per il 75% alle regioni, e la restante parte tra comuni e province. Sono stati ipotizzati due scenari di spesa: il primo virtuoso, l’altro, negativo, che ripercorre la tendenza degli ultimi dieci anni della spesa locale. Nella prima ipotesi, in totale il sistema finanziario locale guadagna efficienza diminuendo la spesa storica del 3,6%. Nella seconda si registra un aggravio totale del 6,7% (15 mld euro), con un rischio fiscale implicito dell’1%. In altre parole, se il federalismo si traduce in maggiori spese, tocca ai contribuenti sanare il buco pagando più tasse. Ma la curiosità è un’altra: non sono i comuni gli enti più a rischio (il loro indice di rischio fiscale è appena dello 0,1%), quanto le regioni, che nel loro insieme potrebbero determinare un disavanzo molto elevato. In questo caso, il potenziale aggravio fiscale a carico dei contribuenti supera lo 0,7%. Il federalismo potrebbe responsabilizzare le regioni sulle spese eccessive. Una migliore standardizzazione dei costi e controllo delle procedure potrebbe determinare risparmi o migliore efficienza su due terreni: i sussidi alla disoccupazione e in genere la spesa sociale, e soprattutto la spesa sanitaria, in molte regioni oggi fuori controllo.

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