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Il federalismo di Penelope

La riforma federalista somiglia sempre più alla tela che Penelope tesseva di giorno e disfaceva di notte, non avendo nessuna intenzione di cedere alle profferte dei Proci. Il consiglio dei ministri ha approvato giovedì scorso il decreto legislativo sul federalismo regionale, atteso da due anni. È stata l’occasione buona per far arrabbiare i sindaci, che hanno scoperto di aver avuto un trattamento peggiore rispetto alle regioni e hanno alzato le barricate chiedendo la revisione del decreto legislativo sul federalismo municipale approvato meno di un mese fa. In ballo ci sono i 2,5 miliardi di trasferimenti tagliati dal governo con il decreto legge 78 del 2010 (la Finanziaria d’estate). La protesta è scattata quando il governo, per far passare il decreto legislativo sul federalismo regionale, si è impegnato a rivedere gli analoghi tagli (per un valore di 4,5 miliardi) fatti dalla Finanziaria d’estate alle regioni. Allora i comuni sono figli di un dio minore? Ora bisognerà riaprire un capitolo che sembrava già faticosamente chiuso, anche perché nel frattempo sono venuti a galla diversi problemi che meritano una risposta precisa: dalle aliquote Imu considerate troppo basse al problema della natura della Tarsu, dal carico fiscale eccessivo per le piccole imprese all’opportunità di una service tax. Calderoli ha deciso di chiedere sei mesi in più per preparare un ulteriore decreto attuativo che possa risolvere anche questi problemi. Ormai però è evidente che più si discute, più si allunga il conto che la riforma presenterà ai contribuenti. La strategia di comuni, province e regioni, come quella di Penelope, è infatti chiara. Prendere tempo, subordinare il proprio consenso a garanzie precise in termini di risorse disponibili. Rimettere tutto in discussione se si intravvede la possibilità di ottenere qualcosa in più. Intanto, quello che dovrebbe essere il cuore del federalismo, cioè il decreto sui costi standard della sanità, è ancora in alto mare. Come dire: finora si è parlato soprattutto di nuove tasse, per i risparmi c’è tempo. Contribuenti e imprese per ora stanno alla finestra. Ma tra poco dovranno fare i conti non solo con la complessità della norma statale, ma anche con quelle regionali, comunali e provinciali. E con il rischio concreto dell’aumento della pressione fiscale complessiva (basti pensare alla previsione di imposte di scopo a livello comunale e provinciale e ai nuovi tributi propri a livello regionale, e alle addizionali comunali). Alla fine potrebbero, come gli ebrei in fuga dalla schiavitù e in cammino verso la terra promessa, trovarsi a rimpiangere le cipolle d’Egitto.

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