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Il default mette nei guai le grandi opere

MILANO – A Salerno l’avevano pensata in grande. Per realizzare il nuovo Palasport, avevano chiamato un nome dell’architettura, Tobia Scarpa, e a settembre 2005 avevano dato il via ai lavori per una delle opere che avrebbe «cambiato il volto» della città. All’inizio tutto bene, poi l’impresa ha cominciato a zoppicare, a ritardare gli stipendi, e nel 2008 si è impantanata. Risultato: il cantiere è lì, e per riprendere l’opera (con un programma meno ambizioso) si aspetta lo sblocco di 30 milioni di fondi europei. Per vedere le conseguenze delle imprese che finiscono gambe all’aria, però, non bisogna cercare solo le storie-simbolo, dal rifacimento del porto di Termini Imerese (incompiuto da 13 anni) alla piscina olimpionica di Giarre, finanziata nel 1985 e rimasta nel libro dei sogni. L’Italia è piena di strade interrotte, marciapiedi bucati, ponti pericolanti: dietro a loro, sempre più spesso, c’è il default di un’impresa costruttrice (il settore è al secondo posto per tasso di fallimenti, con un aumento di tre punti sull’anno scorso), e dietro alla sua insolvenza c’è sempre più spesso un ente locale che non paga. L’imputato principale è noto, e si chiama «patto di stabilità interno», un meccanismo che negli anni ha lasciato le amministrazioni locali libere di impegnare spese per investimenti, ma ne blocca poi i pagamenti. A fine febbraio a Reggio Calabria sono scesi in piazza Ance, Confartigianato, Cna e Casartigiani, com’era accaduto a Roma nella manifestazione del 1° dicembre che aveva visto sfilare insieme i costruttori e i loro dipendenti. Con una richiesta semplice: il patto di stabilità è una legge, ma sono una valanga anche le norme che fissano tempi certi ai crediti dei fornitori e impongono a sindaci e presidenti di «adottare misure organizzative per garantire pagamenti tempestivi»; si rispettino tutte. Il problema è nazionale, e non risparmia le zone più ricche. «Le difficoltà crescono», spiegano da Assimpredil, che riunisce i costruttori di Milano, Lodi e della Brianza, soprattutto nel territorio di Monza e nei lavori con la Provincia di Milano. Quando a non pagare è un ente di secondo livello come la Provincia, poi, il blocco è a cascata e qualche comune studia addirittura un decreto ingiuntivo da recapitare a Palazzo Isimbardi. Ma è tutta la regione ad arrancare. «L’anno scorso abbiamo dimezzato il fatturato – racconta Lorenzo Meneghin, titolare di un’impresa a Legnano -, e ora i lavori ci sarebbero ma manca chi te li paga». Ma non è solo colpa del patto: «Le offerte al massimo ribasso – spiega Gianguido Marzoli, della Icems di Milano – imporrebbero costi di manodopera inferiori della metà rispetto a quelli reali; purtroppo nel settore c’è chi li pratica», ma certo non si tratta di imprese solide. In molti bandi è previsto il subentro dell’impresa arrivata seconda, ma alle stesse condizioni previste per la prima, e il problema ritorna: «Io ? è la soluzione di Marzoli – faccio strade e piazzali, ma nel 2010 per la prima volta in 50 anni non ho lavorato con gli enti pubblici, ma solo per grandi committenti privati».

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