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Il conto dell’Imu si fa più salato

Abolire l’Imu sulla prima casa potrebbe costare al governo fino a 1,5 miliardi più del previsto. Se non si troveranno i soldi, molti comuni saranno costretti a modificare i loro bilanci, aumentando altre imposte e tariffe o tagliando le spese. Solo a Milano, ad esempio, in ballo ci sono quasi 70 milioni di euro.

C’è una pericolosa mina sul già accidentato percorso che dovrebbe portare a cancellare definitivamente l’Imu 2013 sulle abitazioni principali. Se l’esecutivo decidesse di accogliere le richieste dei comuni e quantificasse i rimborsi per il mancato gettito sulla base delle aliquote decise quest’anno a livello locale, la copertura finanziaria potrebbe salire di quasi 1,5 miliardi. Il conto è presto fatto: dato che l’Imu 2012 ha generato incassi per circa 4 miliardi con aliquota media di circa lo 0,43%, se tutti i sindaci la portassero al livello massimo dello 0,6%, l’esborso lieviterebbe di 1.491 milioni di euro.

Chi li pagherebbe? Non i cittadini, ovviamente, se verrà confermata (come pare, dopo le fibrillazioni che hanno scosso la maggioranza la scorsa settimana) l’abolizione per tutti gli immobili che già hanno beneficiato della sospensione dell’acconto, escludendo quindi solo quelli «di lusso». Come già accaduto per la prima rata, sarà lo stato a doversi fare carico delle compensazioni a favore dei sindaci.

Fin da subito, questi ultimi hanno chiesto che a tal fine si tenga conto anche degli aumenti decisi nel 2013. Molti di loro, infatti, per compensare i tagli imposti dal centro, hanno già rivisto le aliquote al rialzo, spesso spingendosi fino allo 0,6%. In tali casi, se i rimborsi dovessero essere quantificati in base al peso del prelievo del 2012, si aprirebbero grossi buchi nei bilanci già approvati.

Il caso più clamoroso è quello di Milano, dove la giunta Pisapia ha previsto di applicare l’aliquota massima, mentre l’anno scorso si era accontentata di quella minima (0,4%). Tale incremento vale, in termini di gettito, oltre 69 milioni di euro, senza i quali il bilancio appena approvato andrebbe riequilibrato.

Stesso discorso vale per altre grandi città come Genova, Bologna e Napoli, oltre che per un numero al momento imprecisato di comuni medi, piccoli e piccolissimi. Garantire a tutti lo sforzo fiscale, però, è assai problematico dal punto di vista tecnico, poiché potrebbe generare comportamenti opportunistici: per massimizzare il rimborso, infatti, agli amministratori basterebbe aumentare fino al limite consentito il prelievo sui predetti immobili, senza conseguenze dirette in termini di consenso, giacché il conto lo pagherebbe lo Stato.

Per evitare tali inconvenienti, sarebbe necessario limitarsi a coprire gli aumenti decisi prima dell’entrata in vigore del dl 54 (che ha sospeso il pagamento dell’acconto) o del dl 102 (che lo cancellato). Su questa linea, pare attestato il governo, che per bocca del ministro Graziano Delrio ha annunciato che saranno considerati solo gli aumenti varati prima del 31 agosto.

In tal caso, dei comuni citati si salverebbero solo Genova e Bologna, mentre Milano e Napoli dovrebbero correre ai ripari. Il criterio cronologico, peraltro, non pare inattaccabile in punto di diritto, dato che lo stesso dl 102, prorogando il termine per l’approvazione del bilancio 2013 al 30 novembre, consente di incrementare i tributi locali fino a tale data. Non si può escludere, quindi, che i sindaci penalizzati decidano di adire le vie legali. Del resto, non sarebbe la prima volta che le vertenze finanziarie fra stato e comuni finiscono in tribunale.

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