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Il Comune in dissesto non «paga»

Le organizzazioni che funzionano sono quelle in cui c’è qualcuno che decide e questo qualcuno è poi punito o premiato per quello che fa. Quando questo meccanismo non funziona, anche l’organizzazione non funziona. Questo è vero sia per le imprese private che per le amministrazioni pubbliche. Ma in quest’ultimo caso le cose sono ancora più complesse perché non c’è in genere un sistema di mercato che almeno in qualche misura disciplina gli amministratori inefficienti. E i decisori finali nell’ambito pubblico sono i politici, i cui obiettivi sono spesso di brevissimo termine, mentre l’impatto delle loro decisioni è di lunghissimo periodo.

I politici italiani degli anni 80, per esempio, sono stati bravissimi nel prendere decisioni che hanno massimizzato il loro consenso nell’immediato, scaricando, tramite l’accumulo di un enorme debito pubblico, gli oneri sulle generazioni future.

Per gli enti locali il problema è ancora più complesso. Se gli elettori italiani degli anni 80 avessero capito le conseguenze di lungo periodo delle scelte dei politici dell’epoca, forse sarebbero stati meno propensi a votarli. Nel caso delle amministrazioni locali, però, anche scelte finanziariamente irresponsabili possono essere sostenute dagli elettori, se il sindaco o il presidente di regione riesce a scaricarne l’onere sulla collettività nazionale. Perché prendersela con il proprio amministratore locale se poi sono comunque gli altri a pagarne le conseguenze?

Ci sono due modi fondamentali per affrontare questo problema. Il primo è quello di lasciare che gli enti locali subiscano interamente le conseguenze delle proprie azioni. È in buona misura la scelta americana. Detroit fallisce, i creditori della città ci rimettono i soldi, i dipendenti pubblici vengono licenziati e le loro pensioni decurtate, i servizi non vengono più offerti, i cittadini che possono farlo scappano e si trasferiscono altrove, quelli che restano ne pagano le conseguenze.

L’altro sistema, più in linea con la nostra tradizione giuridica e culturale, è quello di aiutare comunque anche gli enti dissestati, indipendentemente dalle ragioni che hanno condotto al disastro. La ragione è che esistono servizi indispensabili a cui comunque tutti i cittadini hanno diritto, indipendentemente dalle condizioni finanziarie delle amministrazioni locali che questi servizi devono offrire. I rifiuti devono essere raccolti, le strade illuminate, la scuola aperta, il pronto soccorso deve funzionare comunque. Tutto giusto, ma è chiaro che se l’aiuto finanziario necessario perché questi servizi funzionino comunque non è accompagnato anche da sanzioni efficaci, l’effetto può essere disastroso, favorendo i comportamenti più irresponsabili.

È questa la ragione perché la nostra disciplina del dissesto per le municipalità accompagna gli aiuti finanziari con sanzioni nei confronti di tutti gli agenti coinvolti, dai cittadini ai creditori agli amministratori. Quando un Comune dichiara il dissesto, la capacità decisionale passa ai commissari governativi, tasse e tariffe comunali vengono poste ai massimi livelli, i creditori non possono più rivolgersi alla magistratura, le assunzioni sono bloccate, la pianta organica del Comune viene rivista, con la possibilità di mobilità obbligatoria per i dipendenti pubblici, i servizi non indispensabili non più elargiti. I commissari poi procedono alla liquidazione del patrimonio disponibile e contrattano con i creditori la ristrutturazione del debito. Magari, all’atto pratico, il sistema non funziona come dovrebbe, ma è chiaro che i princìpi di fondo sono quelli corretti. A fronte della crisi finanziaria del paese e dei vincoli sempre più stringenti di finanza pubblica, si vorrebbe anzi che questo meccanismo sanzionatorio venisse rafforzato ed esteso agli altri enti territoriali.

Sta avvenendo il contrario. Per esempio, con i decreti attuativi sul federalismo fiscale era stato introdotto l’istituto del “fallimento politico” per i politici locali rei di aver violato l’equilibrio di bilancio. La Consulta l’ha dichiarato incostituzionale, come ha appena dichiarato incostituzionali una serie di controlli sugli enti intermedi e le società delle regioni che il governo Monti aveva cercato di introdurre con la spending review.

Come conseguenza, si tornerà probabilmente alla situazione paradossale in cui in presenza del commissariamento di una regione, sarà lo stesso presidente a essere nominato commissario di se stesso.

C’è di più. Nel gennaio 2013 è stata definitivamente approvata la disciplina del cosiddetto pre-dissesto (riequilibrio finanziario pluriennale), voluta da tutti i partiti, il cui scopo principale sembra essere quello di consentire a un certo numero di Comuni, in specie del Sud, di poter accedere a fondi addizionali, senza doversi sottoporre alla perdita di sovranità e alle sanzioni previste dalla disciplina del dissesto. Infine, l’accelerazione dei pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione decisa dal governo, di per sé cosa buona e giusta, avrà anche l’effetto di garantire il pagamento di numerosi impegni presi da amministratori locali, in spregio a vincoli contabili e obblighi legislativi. È vero che in entrambi i casi si dovrebbe trattare di prestiti dello Stato all’ente locale, decennali nel caso del pre-dissesto e trentennali nel caso dei debiti, che dunque il Comune o la Regione dovrebbero restituire, ma il rischio che questo non succeda, in presenza di situazioni finanziarie che permangono insostenibili, è elevata.

Si tratta di segnali preoccupanti, anche perché non s’inseriscono in un progetto organico di riforma della finanza regionale e municipale. Paradossalmente, mentre a livello nazionale sembra che si parli solo di risanamento finanziario, a livello locale si rischia di aprire la strada al più clamoroso esempio di bailing out della nostra storia recente.

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