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Il blocco dei contratti è ingiusto

Siamo alle solite. Ancora una manovra simile a quella della scorsa estate, che si pone un obiettivo giusto e ineludibile – l’azzeramento del deficit pubblico entro il 2014 – ma lo persegue con i mezzi sbagliati, come l’inaccettabile rischio di una proroga del blocco dei contratti pubblici. Una manovra che cerca soluzioni facili, ma che rischia di lasciarsi alle spalle danni più gravi di quelli cui pretende di porre rimedio. E che per questo ci spinge ad una mobilitazione vigorosa nei posti di lavoro, in piazza, sul web: con una raccolta di firme che dovrà diventare responsabilità cogente per i politici e gli amministratori. Perché il decreto legge 98/11 considera l’impegno che l’Italia ha preso nei confronti dell’Europa in termini di semplice quadratura contabile, e così ne elude – intenzionalmente – scopi e necessità vere. Tra cui quella di proporre un progetto serio di riqualificazione delle amministrazioni e dei servizi pubblici, sostenuto da una visione moderna del loro ruolo, e utilizzare in maniera trasparente e selettiva le risorse a disposizione per realizzarlo. Perché dimostra una desolante mancanza di coraggio e volontà politica di aggredire le strozzature che nascono proprio dall’assenza di progettualità, dall’incuria gestionale, dai costi esorbitanti dell’apparato istituzionale e della politica. E al riparo dei quali proliferano indisturbati le rendite corporative e i privilegi di «cricca» che pesano come un macigno sull’efficienza delle amministrazioni, sulle casse del Paese e su quelle delle famiglie. Si sceglie invece di mettere l’ennesima toppa che rischia di essere peggiore del buco, perché si va a rastrellare risorse con tagli orizzontali che non correggono i meccanismi di spesa ma colpiscono indiscriminatamente le amministrazioni efficienti e quelle inefficienti, le spese a perdere (tranne che per alcuni) e quelle che servono per sostenere servizi e investimenti utili e produttivi per tutti. E con nuove limitazioni alle retribuzioni e al turnover nel pubblico impiego, cioè comprimendo ancora una volta stipendi già penalizzati dal decreto legge 78/09, e impedendo di immettere nella p.a. lavoratori giovani portatori di nuove competenze. L’esatto opposto di quel percorso di riconversione e innovazione dei servizi pubblici che serve tanto più nei momenti di debolezza del sistema, quando si tratta di ridare slancio alle attività produttive, alla creazione di occupazione, alla domanda interna, al rapporto di fiducia tra amministrazioni e cittadini. La Cisl Fp ha fatto propria questa sfida dall’inizio, mettendosi in gioco per un modo nuovo di intendere e di usare la rappresentanza sindacale anche con la contrattazione integrativa. E quindi a maggior ragione non è disposta a tollerare dilazioni e «distrazioni» rispetto a questo che dovrebbe essere l’obiettivo comune. Per questo vuole mettere i vertici politici sotto pressione con una mobilitazione forte, e far passare un messaggio chiaro: no ad un nuovo stop ai contratti del pubblico impiego, sì ad una contrattazione che faccia da leva per riqualificare la spesa pubblica. Le risorse per i contratti di secondo livello e in prospettiva per i rinnovi contrattuali del 2013 si possono e si devono trovare, non in nuovi aumenti di spesa che il paese non è in grado di sostenere, ma nei risparmi di gestione. Risparmi che si possono ottenere razionalizzando l’assetto istituzionale, eliminando le sovrapposizioni di funzioni, sfoltendo la pletora di enti e relative poltrone, integrando e consorziando i servizi. E passando i bilanci di ciascun ente al vaglio dei cittadini e dei lavoratori, che conoscono dal di dentro l’organizzazione di ogni singolo ufficio pubblico, per individuare e chiudere i rubinetti della spesa improduttiva e clientelare e utilizzare il denaro recuperato per rafforzare la tenuta dei bilanci e far ripartire le retribuzioni. Senza un soldo di tasse in più, ma attraverso l’esercizio pieno e responsabile della contrattazione integrativa, vogliamo che sia ridistribuita ai lavoratori pubblici la metà dei soldi che loro stessi avranno contribuito a risparmiare; e che l’altra metà serva per sanare i bilanci mantenendo, o addirittura migliorando, qualità e presenza dei servizi sul territorio. Tutto questo si può fare solo con la partecipazione e il controllo esercitati dall’interno delle p.a., non con provvedimenti calati dall’alto. Solo attraverso la contrattazione si pongono le premesse della razionalizzazione e dell’innovazione organizzativa, dell’aumento di produttività e di efficienza, di maggiori risultati con minore spesa; e dunque anche le premesse per reperire in maniera assolutamente «virtuosa», senza aggravio per i bilanci dello Stato e degli enti locali, le risorse per rinnovare i contratti nazionali dopo il 2013. Come per anni non sono riusciti a fare, e come avrebbero dovuto fare da buoni gestori della cosa pubblica, governi e amministrazioni di ogni colore politico.

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