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I voti al piano anticrisi

Contratti non più blindati, svolta (lenta) dell’indennizzo Il licenziamento per motivi economici è possibile per i licenziamenti collettivi – per esempio, un’azienda che chiude Statali, la Cassa integrazione è già prevista dal 2001 – ma anche individuali, nella fattispecie del giustificato motivo oggettivo, previsto dalla legge 604 del 1966, per «ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa».
Nella realtà, però, è molto difficile procedere perché spetta al datore di lavoro l’onere della prova, cioè dimostrare che il licenziamento è per motivi economici e non per altre ragioni.
Se il giudice non si convince, concluderà che manca il giustificato motivo e, ai sensi dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ordinerà all’azienda il reintegro nel posto di lavoro.
L’obiettivo del governo è la semplificazione, rendendo possibile il licenziamento per motivi economici dietro congruo indennizzo del lavoratore, senza che il giudice possa sindacare la natura imprenditoriale della decisione.
Rimarrebbe invece garantito il diritto al reintegro nel posto di lavoro nei casi di licenziamento discriminatorio.
Si tratta, in sostanza, di una riduzione dell’area di applicazione dell’articolo 18, ma tutti i sindacati sono contrari e il governo non sembra sufficientemente forte da portare a termine la riforma.
La clausola della riforma fiscale, 20 miliardi che restano incertiÈ una promessa impegnativa (e costosa per gli italiani) quella presa nel triplice capitolo Fisco, previdenza, assistenza.
Occupa nemmeno una pagina della lettera spedita a Bruxelles, ma vale 20 miliardi di euro tra il 2012 e il 2013.
E altri 20 miliardi l’anno a regime dal 2014.
Impegnativa è anche l’agenda dei lavori.
Legge delega entro il 31 gennaio 2012.
Se, entro il 30 settembre, non ci saranno i provvedimenti, scatterà la clausola di salvaguardia (ma a favore del Fisco).
Taglio del 5% di tutte le agevolazioni nel 2012 e del 20% nel 2013.
O aumento delle aliquote Iva.
L’impresa è ardua perché bisogna ridurre la spesa assistenziale e allo stesso tempo rivedere il Fisco, riducendo la pressione tributaria.
Si dovrà incidere su pensioni (reversibilità, invalidità), assistenza (indennità accompagnamento, assegni familiari).
Voci spinose.
Sarà difficile ottenere i risparmi previsti.
A meno che la riforma fiscale, ma sarebbe assurdo, non porti a un aumento delle entrate (pur favorendo alcune classi).
Molto probabile che la clausola di salvaguardia scatti.
Quindi più tasse perché saranno minori le detrazioni (mutui, spese sanitarie, 36% e 55%).
Potrebbe tornare l’Irpef sull’abitazione principale.
Massimo FracaroTagliare una scuola su dieci, la partita dell’efficienzaGià la manovra di luglio aveva dato una sforbiciata, con l’obbligo di accorpare le scuole più piccole.
Adesso il governo si impegna a «ristrutturare», cioè riorganizzare ed eventualmente eliminare, quelle che funzionano peggio.
Il punto è come decidere se una scuola funziona bene o male.
La lettera dice che ci si baserà sulle prove Invalsi, i test uguali per tutti che valutano gli studenti in modo «obiettivo».
Ma nella decisione potrebbero pesare anche altri fattori, come i servizi offerti dai singoli istituti, la percentuale di promossi, i tempi di ingresso degli ex studenti nel mondo del lavoro.
Un progetto del genere è stato già sperimentato proprio dall’Invalsi.
Lo strumento tecnico c’è, resta da vedere se una rivoluzione del genere può essere fatta in tempi così rapidi.
Già accorpando le scuole piccole ne sarebbero cancellate più di mille, una su dieci.
Stesso discorso per un altro impegno che riguarda le università: la lettera dice che si accrescerà il margine di manovra per le rette, che oggi non possono superare il 20% dei fondi pubblici.
Possibile, ma con gli studenti già in piazza si farà davvero? Lorenzo SalviaPrivatizzazioni, le resistenze del socialismo municipaleSono sette righe.
Per un obiettivo di (almeno) quindici miliardi in tre anni.
Sono le privatizzazioni, che questa volta corrono su due piani: le società che fanno capo al ministero del Tesoro (quote Eni, Enel, Finmeccanica).
E la miriade di gruppi controllati dagli enti locali.
Basti pensare solo alle municipalizzate, dall’energia (vedi A2A per Milano o Acea per Roma) che fanno capo ai Comuni.
C’è anche una scadenza: entro il 30 novembre dovrà essere definito un piano.
Con la massima urgenza.
Sarà possibile? Nella prima edizione delle privatizzazioni di Stato, negli anni Novanta venne subito definito l’elenco (Credit, Comit, Imi, Eni, Enel, Stet), qui non appare alcun nome.
Complicato farlo con gli enti locali, che in passato hanno deciso di cedere alcune quote nelle controllate solo perché avrebbero beneficiato di un bonus fiscale.
E si contano almeno due o tre tentativi legislativi di arrivare alle privatizzazioni locali.
Senza successo.
Sarà un bel test, anche questa volta.
Resta poi il capitolo delle privatizzazioni del patrimonio immobiliare, stimato in 5-600 miliardi.
Ricordate Scip1, Scip2? Le società attraverso le quali si dovevano vendere le case di Stato.
In cassa è arrivato molto poco.
Ma questa volta il pressing dell’Europa non si può aggirare.

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