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I tecnici del Senato: rischio fuga dai Bot per il bollo sui titoli

ROMA – Rischio esodo dei risparmiatori dai conti titoli con il “caro bollo”. Che nel medio periodo potrebbe trasformarsi in fuga dai titoli di Stato. È quanto emerge dall’analisi del servizio bilancio del Senato sulla manovra di pareggio che da ieri ha iniziato il suo iter per la conversione in legge. Con l’aumento dell’imposta di bollo, secondo i tecnici del Senato, nel medio periodo potrebbe verificarsi una «diminuzione della propensione ad acquistare titoli del debito pubblico, con possibili effetti negativi in ordine alla copertura del fabbisogno finanziario pubblico». Non solo. L’aumento produrrà un effetto esodo dal conto titoli che non sembra essere stato quantificato dal Governo in termini di «contrazione del numero e dell’entità dei conti titoli detenuti dagli investitori». Per i tecnici del Senato, infatti, va valutato l’effetto «sostituzione che potrebbe dirigere una quota del risparmio attualmente investito nei titoli depositati nei conti in questione verso altri impieghi non colpiti dall’inasprimento fiscale (ad esempio i fondi gestiti o il risparmio postale)». Sulla struttura della manovra di pareggio, poi, il servizio Bilancio lamenta l’assenza del testo della delega per la riforma fiscale e assistenziale. Un testo da cui in realtà dovrebbe arrivare una quota rilevante per centrare l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2014. Il dossier di Palazzo Madama evidenzia che «il decreto produce una parte significativa degli effetti finanziari necessari ad allineare l’andamento tendenziale agli obiettivi programmatici, ma che per gli esercizi 2013 e 2014 la manovra non colma la distanza rispetto ai target indicati nel Documento di Economia e Finanza». Nel comunicato stampa del 6 luglio 2011 il ministero dell’economia «indica che l’azione di contenimento derivante dal decreto legge in esame verrà integrata dal disegno di legge delega, da cui deriveranno 2,2 miliardi nel 2013 e 14,7 miliardi nel 2014». È vero che il Consiglio dei ministri ha approvato «contestualmente al decreto una delega per la riforma fiscale e assistenziale», ma, concludono i tecnici, «il testo non è, ad oggi, disponibile». Alcune ombre sui risparmi attesi dal pacchetto pensioni. In particolare sulla rivalutazione parziale del 45% per gli assegni da 1.428 a 2.380 (e nessuna rivalutazione per la parte della pensione che supera i 2.380 euro): secondo i tecnici del Senato «le stime dei risparmi al lordo degli effetti fiscali sembrano leggermente sovrastimate (poco più di 500 milioni di euro rispetto ai 600 preventivati per il 2012)». A rischio costituzionalità invece potrebbe essere la cosiddetta norma anti-badante, che prevede un taglio della pensione di reversibilità dal 1° gennaio 2012 nel caso di matrimoni tra ultrasettantenni e se la differenza di età tra i coniugi sia superiore a 20 anni. La Consulta, infatti, ha più volte dichiarato «l’illegittimità di norme che, per fattispecie analoghe, escludevano il diritto alla pensione per il coniuge superstite». Da valutare con particolare attenzione anche «la praticabilità e la conseguibilità» degli obiettivi di risparmio attesi dal Governo con il nuovo patto di stabilità interno per i comuni virtuosi. I tecnici del Senato, infatti, evidenziano che al conseguimento degli ulteriori obiettivi di risparmio fissati dall’articolo 20 della manovra, nonché quelli già previsti dall’articolo 14, del decreto legge n. 78 del 2010, «non partecipano gli enti collocati nella classe più virtuosa, restando l’onere a carico delle rimanenti tre classi di enti». Dubbi sull’efficacia dei tagli alla spesa dei ministeri e di quella sanitaria. Per i ministeri, da cui si attendono 5 miliardi, lo scetticismo riguarda la clausola di salvaguardia con il ricorso ai noti tagli lineari. Un meccanismo che nel recente passato non ha prodotto i risultati sperati «essendo stati seguiti spesso da anomali rimbalzi della spesa negli anni successivi alla loro effettuazione». Dubbi su quasi tutte le stime effettuate dal Tesoro sul pacchetto fiscale, dagli studi di settore alla chiusura delle partite Iva inattive. A non convincere del tutto, infine, anche le quantificazioni sulla chiusura delle liti pendenti e sull’introduzione della mediazione nel contenzioso tributario. Per la chiusura delle liti i tecnici ritengono troppo elevata la percentuale di adesione del 30%, anche rispetto a quanto già accaduto con la sanatoria del 2002. Sulla mediazione occorre considerare anche il «mancato introito che l’adesione all’istituto comporta in relazione ad una parte degli importi che si sarebbero acquisiti a legislazione vigente».

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