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I sindaci prenotano 10mila immobili

La voglia di federalismo demaniale c’è. Almeno a giudicare dai numeri. Comuni, Province e Regioni hanno chiesto al Demanio di entrare in possesso di più di 9mila beni statali. A cui si aggiungono 258 immobili di proprietà del ministero della Difesa. Sono i risultati della rivitalizzazione del federalismo demaniale operata dal decreto del Fare, che ha riaperto le procedure per il passaggio dal centro alla periferia di un potenziale elenco di 10mila beni.

Tanti sono, infatti, quelli censiti dall’agenzia del Demanio come cespiti a cui lo Stato può rinunciare a beneficio delle amministrazioni locali. Elenco a cui si aggiungono i 953 immobili messi a disposizione dai militari. Dopo un momento di iniziale disinteresse – le lettere al Demanio potevano essere inviate dal 1° settembre scorso – l’iniziativa di Comuni, Province e Regioni si è fatta via via più convinta. Così che in prossimità della chiusura dell’operazione si potevano già registrare migliaia di domande e il 30 novembre – quando è scaduto il termine per la loro presentazione – i beni richiesti sono risultati 9.367, provenienti da 1.267 Comuni, 27 Province e 7 Regioni. A prima vista si potrebbe pensare che la lista dei 10mila immobili stilata dal Demanio – ogni amministrazione poteva chiedere solo i beni che si trovano nel proprio territorio – sia stata quasi completamente esaurita. In realtà non è così, perché la richiesta poteva essere rivolta anche a immobili non contenuti nell’elenco, sui quali il Demanio si riserverà ora di decidere.

Lo stesso è accaduto con la lista predisposta dal ministero della Difesa: tra i 953 beni proposti, le amministrazioni ne hanno scelti 258, ma hanno rivolto le loro attenzioni anche a cespiti fuori elenco, rispetto ai quali i militari dovranno ora dare una risposta.

Al più tardi entro febbraio si conosceranno gli esiti dell’operazione. L’agenzia del Demanio ha, infatti, due mesi – che decorrono dal momento di ricezione della domanda – per comunicare all’amministrazione locale l’esito delle richieste. Dunque, non si potrà andare oltre la fine di gennaio. Ci sono, poi, da mettere in conto ulteriori trenta giorni che l’amministrazioni potrà utilizzare per controbattere a un eventuale “no” da parte del Demanio. Nel caso di più richieste su un immobile, varrà il principio di sussidiarietà e di radicamento nel territorio, per cui il bene verrà assegnato in via prioritaria al Comune o alla città metropolitana. In caso di sopravvenuto disinteresse da parte di tali enti, si passerà alla Provincia e poi alla Regione.

La partita non è a costo zero per le amministrazioni locali. È vero che gli immobili entreranno a far parte del loro patrimonio, ma non senza condizioni. Intanto, dopo tre anni dal trasferimento l’agenzia del Demanio dovrà verificare il destino dei beni trasferiti. Se si dovesse verificare che risultano inutilizzati, Roma se li riprenderà. L’amministrazione locale dovrà, infatti, preoccuparsi di valorizzare i cespiti ricevuti, che potranno anche essere venduti. Inoltre, nel caso dell’acquisizione di immobili che già prima del trasferimento producevano un reddito (perché, magari, affittati), l’amministrazione locale si vedrà decurtare i trasferimenti statali di un importo pari al reddito garantito dal bene incamerato. Infine, in caso di alienazione dell’immobile, il 10% del reddito netto dovrà essere girato al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato oppure servirà per ridurre l’eventuale debito dell’amministrazione locale.

C’è un ulteriore tassello da aggiungere per completare la partita del federalismo demaniale: è quello dei cespiti di competenza del ministero dei Beni culturali. In questo settore, però, l’operazione di trasferimento non ha subìto il brusco arresto verificatosi per gli altri due comparti ed è, seppure lentamente, andata avanti.

Al momento risultano trasferiti alle amministrazioni locali 19 beni; per altri 25 sono, invece, già stati siglati tra ministero e Demanio gli accordi di valorizzazione e ora si deve procedere al passaggio degli immobili.

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