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I rom denunciano Maroni e la Moratti

Dieci rom del Triboniano chiedono il rispetto dei patti che prevedevano la consegna delle case popolari e citano in giudizio il prefetto il sindaco Letizia Moratti, il prefetto Gian Valerio Lombardi e Roberto Maroni. Ma il ministro dell’Interno fa sapere che presto arriverà una «soluzione alternativa» per le 25 famiglie del campo Rom di Triboniano che avrebbero dovuto traslocare in case Aler. Ad annunciarlo è il ministro dell’Interno Roberto Maroni, che si è definito «ottimista» sull’e-sito positivo della partita e ha aggiunto: «C’è un accordo, un piano che prevede certe operazioni e certi interventi. Ricordo che il Tribuniano è un campo autorizzato dal Comune, con cui noi siamo in stretto contatto per dare assistenza insieme alle forze dell’ordine alle azioni che l’amministra-zione ha deciso di fare». È quel che ricordano anche gli avvocati Alberto Guariso e Livio Neri nel ricorso presentato ieri. I due legali richiamano il provvedimento del luglio 2009 con il quale il ministero dell’Interno stanzia al Comune 13 milioni e 115mila euro per il superamento della cosiddetta «emergenza rom». Quattro milioni della somma totale erano destinati a «interventi sociali di inserimento abitativo e lavorativo delle famiglie rom e sinti». A maggio, inoltre, una convenzione con la Casa della Carità prevedeva il versamento di una tantum di tremila euro a famiglia e altre somme per un totale di 5,4 milioni di euro per favorire l’accesso delle famiglie al mercato abitativo privato. Ad agosto era stata la Regione a individuare 25 alloggi di edilizia residenziale pubblica da destinare ai nomadi. E pochi giorni dopo furono sottoscritti i contratti di locazione tra Aler e le associazioni di volontariato, che avrebbero gestito poi l’inserimento delle famiglie. I nomadi inseriti nei progetti firmarono anche l’impegno a lasciare il campo di via Barzaghi. Ma nel frattempo, Maroni e tutti gli altri politici del centrodestra hanno innescato la retromarcia: niente case ai rom, non si possono scavalcare gli italiani. «La tesi – scrivono gli avvocati – è priva di basi giuridiche. E il contratto tra le parti è rimasto inadempiuto esclusivamente in ragione della connotazione etnica dei ricorrenti». Dunque, «un inadempimento contrattuale così motivato costituisce comportamento discriminatorio nell’acce-zione più tradizionale e consolidata». Le reazioni al ricorso (inesistenti quelle dell’opposizione) sono prevedibili, soprattutto da parte della Lega: per il presidente del consiglio regionale Davide Boni «non c’è nessuna riconoscenza verso le istituzioni». Matteo Salvini sbotta in vernacolo: «Che vaghen a ciapà i ratt!». E se per Romano la Russa, assessore regionale alla Sicurezza e coordinatore provinciale del Pdl «sarebbe davvero paradossale se la magistratura accogliesse le istanze dei nomadi».

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