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I custodi del museo con la laurea in tasca

Passano sei ore al giorno con gli occhi sgranati per intervenire se un visitatore tocca un dipinto o se un turista cade nella tomba etrusca. E invece muoiono dalla voglia di studiarle quelle opere d’arte, visto che hanno preso una laurea e spesso anche il dottorato proprio in quelle materie. Sono i “custodi laureati”, ossia almeno il 90% dei 397 neo assistenti all’accoglienza che, dopo una selezione durissima (159mila le domande arrivate nel 2008), il ministero Beni culturali ha appena assunto per cercare di tappare la falla degli organici nei siti archeologici, nei musei, negli archivi, nelle biblioteche. Peccato che, al primo concorso interno, le sale si svuoteranno di nuovo: perché i “vigilantes-dottori” cercheranno di fare una progressione di carriera verso il posto per cui hanno studiato anche dieci anni. Con buona pace dei semplici diplomati, che si sono visti superare al concorso dai candidati super ferrati. «Ho partecipato anche al bando per archeologo, in Lombardia, e sono la seconda idonea – racconta Martina Almonte, 34 anni, dottorato a Tubinga, in Germania – intanto ho vinto quello da custode e lavoro con altri tre neoassunti al Museo Pigorini di Roma, ma spero che non mi facciano solo controllare il pubblico. Lo stipendio? Circa 1300 euro al mese ma con l’indennità dei turni alla fine è vicino a quello di un funzionario, circa 1500 mensili». Dice Simona Contardi, 33 anni, dottoranda, una degli 8 nuovi “archeologi custodi” in Piemonte: «Attenzione, il nostro lavoro prevede anche attività di accoglienza e comunicazione». La possibilità di lavorare sul materiale che si deve controllare è, in realtà, a discrezione dei soprintendenti mancando una direttiva chiara da Roma. I vecchi custodi (l’età media è 58 anni) non vedono di buon occhio i giovani colleghi “secchioni”. E anche i direttori chiedono spesso di rispettare le consegne: turni in sala e sicurezza, tanto che i neoassunti fanno anche un corso per il pronto intervento in caso di incendio. A palazzo Barberini, a Roma, ne sono appena arrivati cinque, due però sono andate in maternità e non sono state sostituite. Intanto la Galleria nazionale da sabato ha aumentato le sale aperte: da 10 a 24. E la coperta è corta un’altra volta. «Ci sarebbe bisogno di più personale, certo, ed è anzi una fortuna che ci abbiano fatto bandire questa nuova gara per 397 posti» spiega Pietro Pasquali, funzionario dell’ufficio concorsi del ministero. Ma di quanti custodi c’è bisogno? Nelle strutture statali «oggi sono 8.917 – spiega Gianfranco Cerasoli, segretario della Uil Beni culturali – ma ne servirebbero almeno 12mila, una stima fatta peraltro nel 1999 quando musei e siti aperti erano molti di meno». L’emorragia è continua. E le nuove assunzioni, una goccia nel mare. «Entro dicembre saranno 800 i custodi andati in pensione quest’anno» continua Cerasoli. Che pensa «alla difficoltà dei semplici diplomati nell’affrontare quiz ed esami duri ma anche ai laureati che, a causa della disoccupazione, si riversano su tutti i posti possibili». Il sindacalista propone: «Il ministro vari un piano per l’utilizzo straordinario del servizio civile nazionale: ne basterebbero duemila per garantire l’apertura dei musei». Per guadagnare 19mila 372 euro lordi l’anno, la carica dei 397 ha dovuto superare un pre-esame con 100 quiz di cultura generale, uno scritto con 12 domande, anche di diritto, e una prova orale legata alla branca prescelta (ad esempio, archeologia), ma anche di inglese e informatica. «Nel Lazio – racconta una che ce l’ha fatta, Nadia, 29 anni, laureata di Napoli – ci siamo sentiti chiedere cosa è raffigurato nella tomba del Barone di Tarquinia o gli influssi dell’arte micenea in riva al Tevere». Quasi nessuno ha saputo rispondere.

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