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Gli stipendi d’oro della politica

Ieri il Senato, dopo la Camera, ha approvato un taglio delle retribuzioni dei parlamentari di mille euro al mese. La metà di questa cifra verrà sottratta alla «diaria di soggiorno». gli altri 500 euro ai cosiddetti contributi al «rapporto eletto-elettori». Nel più dei casi un’altra componente accessoria della retribuzione di deputati e senatori, come implicitamente riconosciuto da questo provvedimento. Si tratta di un taglio tra il 3,5 (per chi ha assunto dei «portaborse») e il 7 per cento della retribuzione da parlamentare. Non inciderà sulla pensione futura. Altre categorie, si pensi ai giovani ricercatori, hanno invece subito nella manovra riduzioni fino al 15 per cento del proprio reddito durante l’intera carriera lavorativa, che incideranno anche dopo, perché riducono il reddito pensionabile. Agli stessi dipendenti pubblici con redditi inferiori a quelli dei parlamentari sono stati imposti dalla manovra tagli dei compensi del 10 per cento, che varranno anch’essi sulle pensioni future. Dunque più che di buon esempio, si può al massimo parlare di tentativo di salvare la faccia, imposto ai parlamentari dalle presidenze di Camera e Senato. Se deputati e senatori vogliono contribuire in modo significativo alla manovra e intendono davvero migliorare il «rapporto eletto-elettori» anziché utilizzare questo come paravento per aumentarsi in modo poco trasparente i propri compensi, dovrebbero fare tre cose: 1. ridurre in modo consistente il numero dei parlamentari, 2. indicizzare le proprie retribuzioni all’an-damento del reddito pro-capite degli italiani e, 3. proibire il cumulo tra reddito da parlamentare e redditi da altre attività. Sarebbe un modo per ridurre i costi della politica e, al tempo stesso, migliorare la produttività dei parlamentari, cosa che sta a cuore a molti cittadini ancora di più dell’ammon-tare delle diarie. Servirebbe anche a ridurre i conflitti di interesse e i numerosi casi di utilizzo a fini rigorosamente privati del mandato di parlamentare ricevuto dagli elettori. Oggi in Italia ci sono molti più parlamentari per abitante rispetto ad altre democrazie anche più consolidate della nostra. Abbiamo circa un parlamentare ogni 60.000 abitanti, contro uno ogni 250.000 altrove. Potremmo, in altre parole, permetterci di avere solo 250 parlamentari che potremmo scegliere con ben maggiore cura dei quasi mille parlamentari attuali. Vorrebbe dire una riduzione permanente di più di 100 milioni all’anno nei costi della politica, senza contare i risparmi nel personale di supporto ai parlamentari. Strano che la Lega, che vuole spostare il baricentro della politica verso “i territori”, non usi il grande potere di cui gode in questo esecutivo per varare una riforma di questo tipo. Forse è perché i parlamentari leghisti sono quelli che hanno conosciuto i più forti incrementi del loro reddito una volta eletti in Parlamento. Sono per loro aumentati, in media, quasi del 200 per cento. Oggi le retribuzioni dei parlamentari sono agganciate a quelle di magistrati ed alti dirigenti dello Stato, i cui compensi sono di fatto decisi dagli stessi deputati e senatori. E’ in virtù di questa discrezionalità sui propri compensi che le retribuzioni dei parlamentari sono aumentate, mediamente, di quasi il 10 per cento all’anno dal 1948 al 2006, un tasso tre volte superiore a quello con cui è cresciuto in questo stesso periodo il reddito medio, pro-capite, degli italiani. Legando strettamente l’an-damento dei salari degli eletti con quello degli elettori si spingerebbe i primi a interessarsi maggiormente del bene comune anziché dei propri affari privati. Tuttavia, la componente del reddito dei parlamentari che è cresciuta di più negli ultimi 15 anni è quella legata alle attività extra-parlamentari che molti senatori e deputati continuano a svolgere durante il loro mandato, il che ci porta alla terza proposta. Nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica si è prodotta una mutazione profonda della nostra classe politica. Sono aumentati in modo consistente i manager e i liberi professionisti che entrano in Parlamento e che, grazie all’elezione, conoscono un incremento del proprio reddito extra-parlamentare superiore a quello che avrebbero conseguito stando al di fuori del Parlamento. Secondo Antonio Merlo della University of Pennsylvania e altri ricercatori che hanno studiato a fondo i redditi dei parlamentari, un anno da parlamentare vale circa 4.250 euro in più di reddito derivante da attività extra-parlamentari, in virtù presumibilmente di conoscenze e contatti maturati a partire dalle frequenze (e assenze dato che i liberi professionisti sono i maggiori assenteisti dalle votazioni) a Montecitorio e Palazzo Madama. E’ stato un fenomeno particolarmente rilevante in Forza Italia, che “prelevava” persone dal settore privato e li rendeva politici a vita, garantendo agli ex parlamentari cariche di partito al termine del loro mandato. Nel periodo che va dal 1994 al 2001, solo un terzo dei membri del comitato presidenziale di Forza Italia non aveva mai occupato un posto in Parlamento, a differenza di quanto accade in altre formazioni, dove le carriere parlamentari e di partito non sono così intrecciate. Si potrebbe obiettare che, impedendo ai parlamentari di cumulare le due fonti di reddito, si rischia di dissuadere persone di valore, giovani e dinamiche, dal dare il loro contributo alla vita pubblica italiana. Ma l’esperienza passata ci insegna proprio il contrario: la quota di nuovi eletti con laurea è diminuita di un terzo proprio mentre i redditi dei parlamentari aumentavano di quasi il 1200 per cento. E gli eletti di Forza Italia, il partito che ha maggiormente fatto uso della possibilità oggi offerta in Italia (non è così al Congresso degli Stati Uniti) ai parlamentari di cumulare redditi parlamentari con redditi da altre attività, non sembrano certo essere migliori di quelli degli altri partiti. I dati ci dicono che sono più vecchi degli altri e che ci sono meno donne (che sono nettamente più giovani dei loro colleghi maschi, al contrario di quanto avviene in altri partiti). E molti dei protagonisti delle cronache di questi giorni, coinvolti in episodi in cui, per usare un eufemismo, l’interesse privato è stato anteposto a quello pubblico sfruttando il potere acquisito grazie agli incarichi nel partito, appartengono proprio a questa nuova categoria dei manager e liberi professionisti che si sono dati alla politica. Presumibilmente non sono persone che lo fanno per vocazione, non vivono per la politica, ma vivono della politica.

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