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Gli investimenti crollano al Nord

Fonte: Il Sole 24Ore

Come mai mercoledì scorso i costruttori che partecipavano all’assemblea annuale del l’Ance hanno messo in scena una protesta urlata così lontana dall’aplomb che di solito non abbandona le uscite pubbliche degli imprenditori anche nei momenti di tensione? Tanta esasperazione non si costruisce in un giorno, e i numeri contenuti nel rapporto annuale dell’Ifel (l’istituto per la finanza e l’economia locale dell’Anci) che sarà presentato in settimana all’assemblea nazionale dei Comuni offrono ottimi argomenti alla spiegazione del problema. Mentre nelle ragionerie dei Comuni si cominciano a fare i conti con una manovra chiede fra tagli e strette sul Patto 6,7 miliardi senza (almeno per ora) toccare le regole di base, l’analisi di Ifel e Ref punta l’attenzione sulla dinamica degli investimenti decentrati, cioè sul cuore del rapporto fra enti locali e imprese all’interno delle economie territoriali, andando a vedere che cosa è successo in questi anni. La frenata degli investimenti è generalizzata, ma ha colpito duro soprattutto nell’Italia settentrionale, cioè nelle aree che prima di incontrare le regole di finanza pubblica nell’impostazione attuale erano le più vitali: dietro a Trieste e provincia, dove fra 2007 e 2009 i Comuni hanno investito in media il 37,1% in meno rispetto al 2005/2007, otto delle dieci province più colpite dalla gelata della spesa in conto capitale effettuata dai sindaci sono al Centro-Nord, e anche concentrando lo sguardo sulle aree intorno ai capoluoghi di regione la musica non cambia e il palmares delle più colpite vede in testa Venezia e Torino. Le poche province che nello stesso periodo sono andate in controtendenza, registrando un aumento negli investimenti effettivi dei Comuni, sono concentrate nel Mezzogiorno e offrono una spiegazione semplice: in quei territori la spesa locale viaggia strutturalmente a ritmi minimi, difficili da comprimere ulteriormente ma possibile oggetto di incrementi percentualmente significativi, ma alla fine dei conti leggeri in valore assoluto. È il caso, per esempio, di Catanzaro, Cosenza, Ragusa e Crotone, le quattro aree che si mostrano più “vivaci” dal punto di vista delle dinamiche: andando ai valori assoluti, però, si scopre che questi Comuni investono in media fra i 100 e i 160 euro ad abitante, cioè il 40-60% in meno della media nazionale. I numeri complessivi offerti dall’analisi territoriale, insomma, disegnano un quadro difficile, ma a tinte ancora rosee se confrontate con quelle che emergeranno quando saranno disponibili i dati territoriali di questi mesi. A livello nazionale, infatti, nel 2010 gli investimenti locali hanno subito una flessione del 23%, e l’anno in corso non può che segnare un altro scalino in questa discesa. Se ai lavori che diminuiscono si aggiungono i tempi sempre più lunghi per i pagamenti delle opere che sopravvivono al taglio degli investimenti, il mix che mercoledì ha fatto esplodere l’ira degli imprenditori edili è bell’e pronto. Senza ritocchi alle regole di fondo, la nuova stretta arrivata con la manovra-bis rischia di accentuare ulteriormente questa evoluzione, anche perché le previsioni mostrano che dal comparto locale arriverà una bella spinta al pareggio di bilancio: già dall’anno scorso il “consolidato” dei Comuni viaggia in positivo per 664 milioni, che diventeranno 1,35 miliardi nel 2013: risorse chiamate ad aiutare i conti dello Stato ma non quelli delle imprese.

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