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Gli aiuti non sono uguali

Le regioni non possono autorizzare gli enti locali a escludere dal Patto gli impegni di spesa corrente a valere sulle risorse dei cofinanziamenti nazionali dei fondi strutturali comunitari. Le deroghe che possono essere concesse attraverso il Patto regionale verticale possono essere utilizzate solo per spese in conto capitale.

Lo ha chiarito il Mef rispondendo a un quesito posto da un’amministrazione regionale che chiedeva lumi circa la corretta interpretazione del decreto adottato il 15 marzo 2012 dall’allora ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca per accelerare l’attuazione dei programmi regionali cofinanziati da Bruxelles. Tale provvedimento, a sua volta, dà attuazione all’art. 32, comma 4, della legge 183/2011, che alla lett. n-bis esclude dal Patto delle regioni le spese effettuate a valere sulle risorse dei cofinanziamenti nazionali. A differenza degli importi concessi direttamente dall’Ue, che sono esclusi al 100% dai tetti di spesa imposti ai governatori, quelli stanziati dallo stato e dalle stesse regioni possono esserlo solo nei limiti di un importo annuale massimo, inizialmente fissato a 1 miliardo per ciascuno degli anni 2012, 2013 e 2014, prima che il decreto sblocca pagamenti (dl 35/2013) incrementasse di ulteriori 800 milioni la quota prevista per l’anno in corso, portandola a 1,8 miliardi.Poiché l’attuazione dei programmi europei coinvolge in modo diretto anche gli enti locali, l’art. 2, comma 2, del «decreto Barca» ha previsto che ciascuna regione (cui è stata assegnata una quota parte delle disponibilità totali) favorisca la realizzazione degli interventi di pertinenza di comuni e province attraverso il Patto regionale verticale.Il problema è che quest’ultimo consente alle regioni di autorizzare un aumento dei soli pagamenti in conto capitale da parte degli enti locali, mentre i fondi strutturali prevedono anche spese correnti.

Da qui il dubbio se queste ultime (che ai fini del Patto rilevano al momento dell’impegno) potessero essere considerate. Come detto, la risposta del Mef è stata negativa.Ciò rischia di tagliare fuori diverse misure del Fondo sociale europeo (Fse), che prevede una quota elevata di spese correnti, concentrando l’intervento regionale soprattutto sul Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), che, invece, comprende quasi solo investimenti. Ciò non pare del tutto negativo, se si considera che è proprio sul Fesr che si registrano i maggiori ritardi rispetto ai cronoprogrammi di spesa ed è quindi più elevato il rischio di perdere le risorse (si veda ItaliaOggi di ieri).

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