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Fotovoltaico, biomasse, eolico: è vero boom affari saliti del 60%, due terzi in più di occupati

ROMA – Lo sviluppo del settore? Vertiginoso. Ci sono aziende che aumentano il fatturato anche del 400 per cento l’anno. L’intero comparto è cresciuto del 60 per cento fra il 2008 e il 2009, e ancora del 60 fra il 2009 e il 2010. L’occupazione? In salita verticale. Gli addetti sono aumentati di due terzi l’anno scorso, dopo essere aumentati della metà l’anno prima. Le prospettive? Rosee. L’occupazione potrebbe quintuplicare da qui al 2020. Nel desolato panorama di declino, chiusure e ristagno dell’economia italiana, sono percentuali introvabili altrove. Il comparto è quello delle rinnovabili: eolico, fotovoltaico, biomasse. E la polemica su incentivi troppo generosi e mal distribuiti rischia di oscurare il decollo di un settore (solo in parte legato agli incentivi) su cui l’eco-nomia e l’industria italiane giocano una fetta non piccola del loro futuro. Nel pieno della crisi mondiale del 2008, l’economia “verde” veniva indicata, infatti, come una delle poche leve su cui puntare per uscire dal tunnel della recessione. Sorpresa: era vero. Nel 2009, secondo il rapporto Bloomberg “New Energy Finance” gli investimenti verdi globali sono stati pari a 186,5 miliardi di dollari. Nel 2010, sono saliti a 243 miliardi. E – seconda sorpresa – sia pure precariamente e con una certa dose di fortuna, l’Italia, questa volta, è riuscita a restare almeno attaccata al treno mondiale. Secondo le stime che Nomisma Energia ha elaborato, in esclusiva per Repubblica, il fatturato delle “nuove rinnovabili” (esclusi cioè settori come idroelettrico e geotermia) è arrivato, nel 2010, a oltre 13 miliardi di euro. Erano solo 8,6 nel 2009 e poco più di 5 nel 2008. Frena l’eolico, dopo l’impe-tuoso sviluppo degli anni precedenti. Aumenta vorticosamente il fatturato nel fotovoltaico. Ma il settore più grosso è quello del-l’energia da biomasse (legno, rifiuti, scarti vegetali, biogas) che, da solo, vale metà del totale. Nell’Italia dei precari e dei cassintegrati, nelle rinnovabili si assume. Secondo Nomisma Energia, il comparto vale, ormai, 50 mila posti di lavoro. Fra il 2008 e il 2009, fra occupazione diretta e indotto, gli occupati sono cresciuti di 10 mila, l’equi-valente di due Pomigliano. Fra il 2009 e il 2010, di altri 20 mila, quanto quattro Mirafiori. L’aumento più vistoso è del fotovoltaico, soprattutto a livello locale di installazione. Ma il serbatoio maggiore è ancora quello della elettricità da biomasse. E continuerà, probabilmente, ad esserlo. Secondo uno studio dell’università Bocconi, se l’Italia raggiungerà, nel 2020, l’obiettivo del 17% di energia da fonti rinnovabili, fissato dalla Ue, avrà creato 250 mila posti di lavoro, cinque volte quelli di oggi: 66 mila, dice un altro studio, nell’eolico, 87 mila nel fotovoltaico, 100 mila nelle biomasse. In un settore come questo, a dettare il ciclo di sviluppo e rallentamento sono, per ora, gli incentivi. L’incertezza sui sussidi alle turbine a vento è il motivo principale del rallentamento dell’eolico, mentre la presenza di incentivi che, sia Giuseppe Mastropieri, di Nomisma Energia, sia Vittorio Chiesa, direttore dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, definiscono «fra i più generosi d’Europa», è all’origine del boom di installazioni del fotovoltaico. Gli ambientalisti possono compiacersi del boom, ma questi incentivi stanno creando distorsioni e paradossi e rischiano di trasformarsi in un boomerang. Ad oggi, ci sono, in Italia, 3 gigawatt (l’equivalente di due centrali nucleari) di potenza elettrica installata da pannelli fotovoltaici. «Il problema – spiega Vittorio Chiesa – è che le autorizzazioni già richieste per nuovi impianti sono pari ad altri 4 gigawatt. Nel momento in cui fossero tutte approvate, ci troveremmo, nel giro di pochi mesi, con 7 gigawatt di potenza installata. Ma il nostro piano energia prevede 8 gigawatt di solare nel 2020. In pratica, avremmo già raggiunto l’obiettivo nel 2011. E poi?». Ma c’è un secondo paradosso, sottolineato da Mastropieri: «Nella corsa ad approfittare degli incentivi, le aziende si affannano ad installare più pannelli che possono, il più in fretta possibile. Dunque, importando i componenti. Con le potenzialità che ha il mercato italiano del solare, se le prospettive fossero un po’ più a lunga scadenza, le stesse aziende, probabilmente, penserebbero, invece, a produrre componenti qui, sul suolo italiano». E’ un punto cruciale. Gli incentivi riguardano l’installa-zione degli impianti, ma il futuro dell’industria verde è, appunto, la produzione degli impianti e dei loro componenti. In un sondaggio condotto da Agici-Corrente, però, solo un quarto delle aziende italiane delle rinnovabili risulta impegnato nella produzione di sistemi e componenti. In più, anche il settore rinnovabili soffre dei mali storici dell’industria italiana. Sono quasi tutte aziende piccole o piccolissime. Mancano, cioè, le dimensioni e i soldi per investire pesantemente nella ricerca, che, in questo campo, è il motore più importante della crescita. Il risultato è che, nel campo delle nuove rinnovabili, l’Italia ha già perso le due più importanti corse tecnologiche. Nel caso dell’eolico, osserva Chiesa, l’egemonia è in mano a giganti occidentali, come la danese Vestas e l’americana General Electric. Nel fotovoltaico il campo è oggi dominato dai cinesi. Ma se eliche e pannelli sono il grosso dell’impianto, non sono tutto. Le aziende italiane hanno saputo occupare una serie di nicchie, anche tecnologicamente sofisticate, a lato dell’impianto principale, come gli inverter nel caso del fotovoltaico. O anche riciclando vecchie eccellenze: i motoriduttori, creati per i camion, vengono oggi utilizzati nelle torri eoliche. Accanto alle nicchie, l’altra occasione, sostiene Chiesa, è offerta dai servizi: progettazione, gestione, infrastrutture, assistenza tecnica. La maggior parte delle aziende italiane censite da Agici si occupa, in effetti, di questo, con buoni sbocchi all’es-tero. Il bilancio italiano delle rinnovabili, dunque, secondo Mastropieri, è quello di un settore “giovane, ma vivo, dinamico, vitale”. Il problema è capire se, quando arriverà il prossimo salto tecnologico a sparigliare le carte, l’Italia dovrà partire di nuovo alla rincorsa, per occupare uno strapuntino.

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