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Fisco municipale, l’ultima carta

Fisco municipale, si cerca di tessere le fila per raggruppare un voto positivo tramite un’ultima mediazione, con l’accoglimento di diversi emendamenti dell’opposizione prima dello scrutinio decisivo di domani in Commissione. È il tentativo che sta portando avanti in queste ore Enrico La Loggia, presidente della Bicamerale per il federalismo, ma che sembra per ora destinato al fallimento. Pd e terzo polo hanno infatti confermato il no al decreto legislativo sul fisco comunale, e anche l’Idv pare orientata al pollice verso. Tuttavia La Loggia conserva ancora qualche speranza: “I contatti con l’opposizione sono ancora in corso”, dice al termine della seduta della commissione, che ha visto il governo e il relatore dare i propri pareri sugli emendamenti presentati. Viene intanto stoppato sul nascere l’emendamento al dl milleproroghe (225 del 2010) presentato dal Terzo polo che proroga l’entrata in vigore del federalismo fiscale. La proposta dei finiani, Udc, Api e Mpa prevedeva una “proroga per il termine per l’esercizio della delega sul federalismo fiscale dal 21 maggio prossimo al 31 dicembre del 2011”. L’emendamento non ha superato il vaglio delle ammissibilità delle commissioni Bilancio e Affari costituzionali del Senato. “Non è possibile mettere una proroga di una delega in un decreto per numerosi precedenti, indicazioni, sentenze”, ha spiegato il relatore per la commissione Affari costituzionali, Lucio Malan. Dichiarato invece ammissibile per materia l’emendamento di Api al decreto Milleproroghe che prevede uno slittamento di sei mesi per l’entrata in vigore delle disposizioni per il federalismo municipale. “Arriverà anche un emendamento del Governo”, dice il Ministro della semplificazione, Roberto Calderoli, emendamento che “risolve una questione che era stata posta da tutti”. L’emendamento del governo stabilisce che venga “istituito nel bilancio dello Stato un fondo perequativo con indicazione separata degli stanziamenti per i comuni e degli stanziamenti per le province, a titolo di concorso per il finanziamento delle funzioni da loro svolte”. Fra i criteri con cui il fondo viene ripartito tra i singoli enti, ci sono un indicatore di fabbisogno finanziario e degli indicatori di fabbisogno di infrastrutture. Il primo viene calcolato “come differenza fra il valore standardizzato della spesa corrente al netto degli interessi e il valore standardizzato del gettito dei tributi ed entrate proprie di applicazione generale”. Gli indicatori di fabbisogno di infrastrutture “in coerenza con la programmazione regionale di settore per il finanziamento della spesa in conto capitale”. Gli indicatori tengono conto dell’entità dei finanziamenti dell’Ue infrastrutturale ricevuti dagli enti locali e dal vincolo di addizionalita’ cui questi sono soggetti. La spesa corrente standardizzata è calcolata in quota uniforme per abitante, corretta da indicatori che tengano conto della diversità della spesa in relazione all’ampiezza demografica, alle caratteristiche territoriali, con particolare riferimento alla presenza di zone montane, alle caratteristiche demografiche, sociali e produttive dei diversi enti. Ed il peso delle caratteristiche individuali dei vari enti, nella determinazione del fabbisogno, “è determinato con tecniche statistiche, utilizzando i dati di spesa storica dei singoli enti”, tenendo conto anche “delle spesa relativa a servizi esternalizzati o svolti in forma associata”. Le entrate vengono invece considerate “ad aliquota standard”, senza, dunque, tenere in considerazione le variazioni di aliquote stabilite da ogni singolo comune. Le regioni ripartiranno le risorse, entro 20 giorni dal loro ricevimento, a comuni e province. Altrimenti, in caso di non ottemperanza, lo Stato potrà esercitare il potere sostitutivo. Alle regioni la possibilità, previa intesa con gli enti locali di procedere a proprie valutazioni della spesa corrente standardizzata e a stime autonome dei fabbisogni di infrastrutture.
Tornando al decreto delegato sul fisco municipale, sui 65 emendamenti depositati, “circa la metà” sono stati accolti o trasformati in osservazioni, ha spiegato La Loggia. Senza però convincere le opposizione: “Piccoli aggiustamenti che non mutano la sostanza, un’escamotage banale che è offensivo e dimostra la debolezza del decreto”, sentenzia per il terzo polo il centrista Gian Luca Galletti. Anche il democratico Francesco Boccia spiega: “Diamo atto dello sforzo di Calderoli e La Loggia, ma sui contenuti restiamo convinti del no, visto che la pressione fiscale aumenta. Domani (oggi, ndr) ci sarà l’assemblea dei gruppi che farà una valutazione politica”. Il rappresentante del’Idv in Bicamerale, Felice Belisario, non rilascia dichiarazioni, ma i dipietristi fanno sapere che per l’atteggiamento sul voto finale le modifiche accordate da La Loggia e Calderoli cambiano poco. La Loggia ha portato avanti un emendamento al parere che impone il coordinamento tra il decreto sul fisco comunale e quello in arrivo sul fisco regionale. Poi due ‘osservazioni’, che invitano il governo a far sì che con la annunciata riforma fiscale cali la pressione fiscale e si tenga conto dele famiglie numerose. Troppo poco per Pd e terzo polo, ma anche – si apprende informalmente – per l’Idv: “Non c’è nulla su tassa di soggiorno e cedolare secca”, dicono i dipietristi. Confermate intanto le modifiche alla tassa di soggiorno che recepiscono l’intesa con il Ministro del turismo Michela Brambilla: i proventi del balzello andranno “anche” a sostegno degli albergatori, che poi saranno coinvolti nei regolamenti attuativi della tassa. Resta invece ancora da sciogliere il nodo procedurale sui passi da compiere in caso di pareggio 15 a 15 in Bicamerale. Il parere chiesto ai presidenti di Camera e Senato arriverà solo dopo il voto, nel caso in cui l’esito fosse appunto quello del pareggio. Ma intanto La Loggia fa sapere che per quanto lo riguarda vale il regolamento della Bicamerale, che prevede il respingimento di tutti i pareri che non ottengono la maggioranza. In quel caso il governo, è l’interpretazione, può comunque procedere con l’emanazione definitiva del decreto. La Commissione finanze del Senato ha espresso intanto parere favorevole, sollevando alcune osservazioni, soprattutto per quanto riguarda la cedolare secca sugli affitti. La commissione propone infatti di porre un limite massimo di reddito imponibile per cui applicare la cedolare. Inoltre, secondo i senatori è troppo alta la sanzione a carico di quel proprietario che non abbia registrato il contratto d’affitto. Per quanto riguarda la tassa di soggiorno, poi, va chiarito se l’imposta si riferisca alle strutture ricettive (ad esempio la camera d’albergo) o al numero di ospiti che pernottano nell’alloggio. Inoltre, la Commissione finanze del Senato propone anche di identificare categorie esonerate dal pagamento della tassa, come ad esempio le gite studentesche o gli anziani a basso reddito.
Nel frattempo la Cgia di Mestre nel suo ultimo studio evidenzia che nel 2011, lo sblocco delle addizionali comunali Irpef costerà 351 milioni di euro ai contribuenti residenti in quei comuni che potranno applicare l’aumento dell’aliquota fino ad un massimo dello 0,2%. Quasi il 44% dei Sindaci italiani sarà nella condizione di applicare questa misura.  L’incremento medio nazionale annuo delle tasse a carico dei contribuenti destinatari dello sblocco – spiega l’associazione degli artigiani in una nota – sarà pari a 40 euro, con una punta massima di 49 euro in Lombardia. In termini dimensionali, come era prevedibile, saranno i comuni con oltre 250.000 abitanti ad incassare di più: in queste realtà l’aumento medio per contribuente sarà di 55 euro.

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