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Federalismo, regioni autonome out

le regioni a statuto speciale si chiamano fuori dal federalismo fiscale. E chiedono che il decreto legislativo approvato la scorsa settimana in prima lettura dal consiglio dei ministri venga emendato in modo da escluderle chiaramente dall’applicazione della riforma. Dalla loro i territori autonomi hanno anche una recente sentenza della Corte costituzionale (n.201/2010) con cui la Consulta ha precisato che della legge delega sul federalismo (n.42/2009) nulla si applica alle regioni a statuto speciale (nemmeno i princìpi) tranne tre norme (articoli 15, 22 e 27) rispettivamente in materia di città metropolitane, perequazione infrastrutturale e obiettivi di perequazione e solidarietà. Per questo i rappresentanti delle cinque regioni si sono riuniti ieri a Roma per elaborare una strategia comune in vista della Conferenza dei governatori che si terrà oggi. Dove sarà formalizzata la richiesta di modificare il decreto. In prima linea nella difesa delle prerogative autonomistiche c’è la Sicilia, particolarmente preoccupata per il passaggio dalla spesa storica ai costi standard che, così come disegnato dallo schema di dlgs, non si annuncia graduale come dovrebbe. «Per la Sicilia si tratta di un vero e proprio salto nel buio», lamenta l’assessore regionale all’economia, Gaetano Armao. Che spiega a ItaliaOggi i motivi per cui la giunta siciliana è stata la prima a segnalare i possibili profili di incostituzionalità dello schema di decreto approvato dal consiglio dei ministri. Domanda. Assessore, le regioni a statuto speciale vogliono che nel dlgs sia scritto chiaramente che le norme di carattere fiscale non le riguardano? Ma non è sufficientemente chiaro? Risposta. Nient’affatto. Nonostante le rassicurazioni in proposito dei ministri Tremonti, Fitto e Calderoli, la versione del decreto approvata in cdm contiene ancora disposizioni che potrebbero risultare fuorvianti. Prendiamo per esempio, l’art. 13, quello che a decorrere dal 2012 trasforma l’imposta sull’Rc auto in tributo proprio delle province. Al comma 5 si dice che l’applicazione della norma alle province autonome e a quelle delle regioni a statuto speciale sarà stabilita, in conformità agli statuti, con le procedure previste dall’art. 27 della legge delega. In realtà questa formula non tutela abbastanza i territori autonomi. D. Cosa chiedete? R. Va detto chiaramente che nelle nostre realtà il federalismo fiscale potrà trovare applicazione solo a seguito della definizione di una trattativa con ogni singola regione, in sede di commissione paritetica. C’è poi il problema delle infrastrutture, di cui il federalismo di Calderoli e Tremonti sembra essersi dimenticato. E questa è un’altra delle tante discrasie del testo rispetto alla legge delega. D. Temete che questo federalismo, tutto ripiegato a ridistribuire tributi, dimentichi il Sud e il suo bisogno di infrastrutture? R. E’ un dato di fatto. Fino ad ora il dibattito si è concentrato solo sulla perequazione fiscale e per nulla su quella infrastrutturale che, dopo il fisco, rappresenta la seconda gamba del federalismo. Occorre un’inversione di rotta. E questo è un problema che non riguarda solo Sicilia e Sardegna, ma anche tutte le altre regioni meridionali e trova concordi anche Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta. D. Cosa chiederete domani (oggi per chi legge ndr) in Conferenza delle regioni? R. Ci aspettiamo che il parlamentino dei governatori riconosca l’esigenza di tutelare maggiormente le regioni a statuto speciale e attivi quanto prima un tavolo sulla perequazione. Per questo abbiamo predisposto sette emendamenti all’interno dei quali abbiamo proposto di inserire una clausola di salvaguardia che dica chiaramente che «per le regioni a statuto speciale e le province autonome resta fermo quanto previsto nei rispettivi statuti, nelle norme di attuazione e nelle previsioni della legge 42/2009». D. Sui costi standard, inseriti a sorpresa all’interno del decreto, qual è la vostra posizione? R. Chiediamo che si faccia riferimento a quanto previsto nell’art.27 della legge delega che espressamente parla di un superamento graduale del criterio della spesa storica. D. Avete anche proposto che oltre ai livelli essenziali delle prestazioni e dell’assistenza (Lep e Lea) anche i livelli di organizzazione sanitaria vadano perequati. R. E’ una proposta del mio collega, assessore alla salute, Massimo Russo, l’autore del piano di riorganizzazione sanitaria della Sicilia. Si basa su una constatazione molto semplice: per arrivare a rendere omogeneo il sistema sanitario nazionale attraverso i costi standard è necessario che lo stato finanzi i Lea e i Lep attraverso un tipo di organizzazione sanitaria che ritenga funzionale al loro soddisfacimento. Potrebbero chiamarsi Leo (livelli essenziali di organizzazione). Anche di questa nostra proposta, a cui guardano con favore le regioni del Sud, parleremo in Conferenza delle regioni.

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