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Federalismo fiscale, un inciucio

Guai a chiedergli come si sente ora che da più parti si auspica la necessità di rimettere mano al federalismo fiscale comunale. E guai a parlargli di rivincite. Mario Baldassarri, presidente della commissione finanze del senato, già viceministro all’economia dal 2001 al 2006, non nasconde una certa soddisfazione nell’osservare che «piano piano tutti i nodi stanno venendo al pettine». A febbraio, alla vigilia del voto in Bicamerale sul fisco municipale, aveva subordinato il proprio sì a quattro richieste: più tempo per l’esercizio della delega, la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa rendendola però detraibile dall’Irpef e dunque a costo zero per i cittadini, la compartecipazione all’Iva e la totale copertura della cedolare secca con deduzioni per gli inquilini. Gli era stato risposto picche (tranne che per la compartecipazione Iva) e lui si era regolato di conseguenza, votando no e determinando di fatto il 15 a 15 che per giorni ha mandato in fibrillazione il governo. E anche sul fisco regionale il senatore di Futuro e libertà non ha cambiato idea («a differenza di qualcun altro»). Perché, dice, «questo federalismo è un inciucio. Strozza i comuni, costringendoli ad aumentare le tasse e favorisce le regioni in ossequio al patto scellerato siglato tra Pdl, Lega e Pd per permettere ai governatori di fare quello che hanno sempre fatto in questi anni: spendere». E a ItaliaOggi rivela un retroscena: «Calderoli, pur comprendendo la bontà della mia proposta, mi rispose che non poteva far pagare l’Imu sull’abitazione principale per paura di essere massacrato mediaticamente».

Domanda. Presidente, come si sente ora che il ministro Calderoli riconosce la necessità di rivedere il fisco comunale e chiede più tempo per portare a termine la delega?

Risposta. La ragione, come dice il detto, si dà ai matti. E non mi è mai interessato averla. Qui si sta giocando sulla pelle dei cittadini facendo passare per federalismo una riforma che in realtà non lo è. Il federalismo dovrebbe razionalizzare la spesa pubblica, riducendo la pressione fiscale, innescare un meccanismo virtuoso di controllo sulla gestione amministrativa attraverso il meccanismo del pago-vedo-voto e rendere più giusto il Paese, generando equità territoriale e sociale. I decreti legislativi finora approvati contrastano con tutti e tre questi obiettivi. Le tasse aumenteranno, non ci sarà controllo per i cittadini, perché l’Imu la pagheranno solo i non residenti e cresceranno le differenze tra i territori. Insomma, un fallimento, o meglio, un federalismo abortito.

D. Eppure il recente decreto sul fisco regionale, a dir la verità dopo un lungo braccio di ferro con i governatori, ha raccolto i consensi dei diretti interessati e del Pd. Come giudica il cambio di rotta del partito di Bersani?

R. Penso che si sono venduti non per un piatto di lenticchie, ma per tre chicchi di lenticchie, i 425 milioni per il trasporto pubblico locale. Soldi che prima non si trovavano, tanto che il governo ha pensato alle ipotesi più fantasiose per reperirli, e poi sono saltati fuori con la bacchetta magica. Ma i cittadini non sanno che quando pagano 1 euro il biglietto dell’autobus, in realtà questo costa 4 euro alle aziende di trasporto locale. Chi li mette i tre euro di differenza? Gli stessi cittadini con l’Irpef. Dopo l’intesa sul tpl, il Pd ha dovuto per forza passare dal no all’astensione. Sennò chi glielo spiegava alle regioni rosse?

D. Sta dicendo che Pd e Lega si sono accordati per favorire i governatori?

R. Le regioni storicamente di sinistra (Toscana e Emilia Romagna in primis) e le grandi regioni del Nord (di cui due su tre sono in mano alla Lega) hanno avuto un peso specifico molto forte nell’indirizzare l’accordo sul federalismo. Un accordo che io non faccio fatica a definire un inciucio. Per mesi ci è stato raccontato che l’essenza del federalismo sarebbe stato il passaggio dalla spesa storica ai costi standard. Quello che realmente accadrà sarà invece che i costi storici si trasformeranno in costi standard e le regioni potranno continuare a fare quello che hanno sempre fatto: moltiplicare la spesa pubblica soprattutto sanitaria.

D. Come fa a dirlo?

R. Lo dicono i numeri. In cinque anni, dal 2005 al 2010, la spesa delle regioni è aumentata del 50%. Ora si dice che col federalismo non aumenterà, ma ormai è troppo tardi. Non serve a nulla chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Per questo avevo presentato un emendamento che riferiva i costi standard ai dati del 2005 per tagliare almeno la gobba anomala di questi ultimi anni.

D. E sulla possibilità per le regioni di ridurre fino ad azzerare l’Irap cosa ne pensa? Il Pd in un primo momento è stato critico verso una misura che, a loro dire, avrebbe spaccato il paese, innescando una competizione tra le regioni che solo quelle più ricche avrebbero potuto sostenere. Poi l’ha accettata.

R. Ovvio, una volta passato l’accordo sul tpl avrebbero accettato tutto. La norma sull’Irap introdurrà una «fiscalità di svantaggio» di cui faranno le spese soprattutto le regioni del Sud. Chi potrà permettersi di azzerare l’aliquota se non la Lombardia o l’Emilia? E allora è chiaro che un imprenditore del Sud che vuole avviare un’attività sarà tentato di emigrare piuttosto che rimanere sul territorio. E questo spaccherà ancora di più l’Italia. Qualsiasi intervento sull’Irap, così come tentativi maldestri di quoziente familiare, sono specchietti per le allodole senza una vera riforma fiscale a monte.

D. Tornando al fisco municipale, lei non nasconde di essere un fautore della reintroduzione di una forma di tassazione della prima casa da scomputare però dall’Irpef. Per i cittadini non cambierebbe nulla, perché invece di pagare zero ai comuni e 50 allo stato, pagherebbero per esempio 10 ai comuni e 40 allo stato. Ma allora perché tutte queste resistenze?

R. Perché Calderoli mi ha sempre risposto che mediaticamente non è fattibile. E allora si è trovata la scusa che lo stato non può accollarsi il rischio di dover pagare per le politiche fiscali allegre dei sindaci. Tutte scuse perché la mia proposta prevedeva la detraibilità fino a un tetto massimo (4 per mille) superato il quale sarà il sindaco a risponderne con i cittadini. In tutto il mondo i comuni si finanziano con la tassazione sugli immobili e sui consumi.

D. Perché ai governatori sono stati neutralizzati i tagli dal 2012 e per i comuni no?

R. Perché i comuni sono alla canna del gas e non possono scialacquare. Le regioni hanno ancora molto da spendere. E continueranno a farlo. Anche col federalismo.

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