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Federalismo fiscale bipartisan

La Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, presieduta da Enrico La Loggia (Pdl), ha avviato ieri il dibattito sulla relazione depositata il 30 giugno dal governo alle Camere concernente il quadro generale di finanziamento degli enti territoriali e le ipotesi di definizione dei rapporti finanziari fra Stato, regioni ed istituzioni locali. “Si tratta – sottolinea La Loggia – di un confronto che riteniamo quanto mai utile, anche in vista dei prossimi decreti attuativi del federalismo fiscale che saranno presto sottoposti alla nostra valutazione”. Sul documento governativo, che la commissione esaminerà anche la prossima settimana, saranno raccolte le osservazioni dei gruppi parlamentari che saranno sintetizzate da due relatori Paolo Franco (Lega Nord) e Rolando Nannicini (Pd) per poi essere presentate al Ministro dell’economia e delle finanze, Giulio Tremonti, nel corso di un’audizione prevista per il 21 luglio.

La posizione dei relatori…
Nella relazione del Tesoro “finora sono emerse numerose proposte fattive”, sottolinea il vicepresidente della Commissione, Paolo Franco, il quale spiega anche come ci sia una condivisione dei metodi generali da parte dei due relatori (l’altro, come detto, è Nannicini). “Numerose le proposte fattive emerse – spiega Franco – in particolare la necessità di fornire indirizzi specifici sui costi standard dei servizi essenziali, e di procedere ad un approfondimento sulla nuova autonomia impositiva dei comuni”. La relazione, concernente il quadro generale di finanziamento degli enti territoriali e le ipotesi di definizione su base quantitativa della struttura fondamentale dei rapporti tra lo Stato, le regioni, le province autonome di Trento e Bolzano e gli enti locali, “prevede – precisa il senatore Franco – anche l’indicazione delle possibili distribuzioni delle risorse”. “L’obiettivo – aggiunge infine il vicepresidente della Commissione per l’attuazione del federalismo fiscale – è la presentazione da parte dei relatori di un documento univoco all’interno del quale vengano accolte le proposte formulate dai commissari, attraverso il quale fornire al Governo gli indirizzi per l’emanazione dei prossimi decreti attuativi”.

… e quella dell’Anci
Angelo Rughetti, segretario Generale dell’Anci, affida invece il proprio commento al portale della Fondazione Ifel (www.fondazioneifel.it). In merito ai fabbisogni e i costi standard afferma che “la logica vorrebbe che essi fossero la base da cui partire per definire il quadro delle risorse necessarie e giuste per offrire servizi ai cittadini. La logica vorrebbe anche che prima di essi venissero definite le funzioni spettanti a ciascuno dei livelli istituzionali della Repubblica”. “Sul metodo di calcolo dei costi dei fabbisogni – prosegue Rughetti – non è semplice la individuazione delle funzioni e dei servizi da mettere sotto osservazione. La scelta della tipologia della spesa da prendere in considerazione avra’ delle conseguenze molto forti per ogni singolo ente”. Per chiarire l’esempio, il segretario prende come riferimento una voce importante: le spese per il personale. “Esse variano in modo consistente da comune a comune – prosegue Rughetti – In alcune regioni del sud troviamo dei picchi. Ma se andiamo a verificare questi picchi e ci chiediamo da dove nascono, abbiamo almeno due risposte: una tecnica ed una socio-politica”. “Quella tecnica è che ad esempio in Sicilia e Campania anni fa la Regione ‘passo” ai comuni molti dipendenti (allora non si usava il termine precario) – prosegue – con annesso stipendio e oneri contributivi. È chiaro che nei comuni di quella regione la spesa per il personale ha un peso maggiore sulla spesa corrente ed è chiaro che il numero degli addetti di quel comune è superiore al necessario e alla media”. Ecco la domanda che Angelo Rughetti pone a se stesso e ai lettori sul web dell’intervento a cui cerca di fornire anche delle risposte: “Ma questi comuni sono da considerare non virtuosi? La risposta socio politica è legata a cosa la politica ha offerto alla domanda di welfare che è venuta da quei territori. Giudicando sicuramente sbagliata l’aumento della spesa improduttiva va comunque ricordato come molti osservatori e da ultimo brillantemente Ricolfi abbiano dimostrato che qualora si sommasse la spesa per alcune tipologie di costi non produttivi (come le assunzioni non necessarie) a quella per il welfare, anche l’Italia avrebbe una percentuale di spesa sociale sul Pil in linea con quella degli Stati dell’Europa del nord”. L’esempio portato da Rughetti nel suo intervento chiarisce i forti dubbi nei confronti di questo punto da parte dell’Anci. “Se infatti si dovesse prendere per esempio – scrive – un elenco di funzioni di tipo A contenente le spese per funzioni produttive (ossia quelle che producono servizi diretti ai cittadini), piuttosto che un elenco di funzioni di tipo B, contenente solo le spese di funzionamento, i risultati sul territorio sarebbero molto diversi. Se poi si aggiunge che la “storia” della spesa ha delle condizioni di origine molto diverse da ente ad ente da territorio a territorio, il rischio di fare delle forti sperequazioni è molto forte”. “Tradotto – prosegue Rughetti – vuol dire che questa spesa è vero che non produce beni ma è altrettanto vero che ha contribuito a dare una risposta che in altri Stati viene data erogando ad esempio l’assegno di disoccupazione. Tutto questo per dire che bisogna prestare molta attenzione alla scelta della spesa da mettere sotto osservazione e alle condizioni esterne che hanno prodotto quella spesa, altrimenti il danno che si rischia di fare è veramente grosso”. Infine, Rughetti chiude l’argomento con una citazione al lavoro che la stessa Fondazione sta svolge in tema di federalismo fiscale. “Molto interessante al riguardo – chiude il segretario generale dell’Anci – è la metodologia messa a punto dall’Ifel (fondazione Anci) che ha proprio dimostrato analiticamente quale è l’effetto degli ‘agenti esterni’ su alcune funzioni comunali (anagrafe, polizia locale) e sulla spesa di ogni singolo ente”.

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