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Federalismo demaniale, rischio flop

Rischia di trasformarsi in un flop il federalismo dei beni demaniali. L’Agenzia del demanio è impegnata da mesi a implementare le informazioni relative ai beni ora sul sito Internet destinati a passare di proprietà dallo stato alle amministrazioni locali che ne faranno richiesta. Un lavoro enorme, di verifica sulla congruità al trasferimento alle amministrazioni locali. Ma queste, per averle, devono presentare una domanda accompagnata da un progetto di valorizzazione del bene, da elaborare in 60 giorni dalla pubblicazione del decreto che rende trasferibile il bene immobile, con un cronoprogramma e il piano di fattibilità economica dell’operazione di valorizzazione. Ed è qui che nascono le difficoltà, perché come ha ammesso anche l’assessore alla casa del comune di Milano, Gianni Verga, le amministrazioni locali, sopratutto quelle dei piccoli comuni, non hanno la capacità e le risorse per elaborare i piani di valorizzazione, passaggio obbligato per chiedere l’assegnazione del bene immobile demaniale in concessione. E dunque, se non si corre ai ripari, c’è il rischio che i beni che l’Agenzia del demanio indicherà come trasferibili, rischiano di restare lì dove sono sempre stati, in cerca di valorizzatori senza trovarli. Oggi sono 12 mila i beni dello stato da trasferire con il federalismo demaniale e potenzialmente sono 2.784 comuni interessati, ma al processo di valorizzazione partecipano anche province e regioni. I primi decreti della presidenza del consiglio con l’elenco, dinamico, degli immobili trasferibili dallo stato agli enti locali, per effetto dell’applicazione del decreto legislativo sul federalismo demaniale, sono attesi entro dicembre. A questi, ne seguiranno altri perché il trasferimento sarà un processo dinamico da aggiornare continuamente. È quanto è stato detto dal vicedirettore generale dell’Agenzia del demanio, Carlo Petagna, al convegno «Come valorizzare gli immobili degli enti locali e l’impatto del federalismo demaniale», per cercare di dirimere i dubbi che attanagliano amministratori, operatori e consulenti del mercato immobiliare dallo scorso giugno, dopo la pubblicazione del Decreto che istituisce il federalismo demaniale. Il seminario è stato organizzato da Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari. «L’enorme sforzo che si dovrà affrontare per vendere i beni dello stato (immobili, cespiti, aree) troverà una solida giustificazione?», ha detto Breglia, «Ci sarà un concreto interesse da parte di compratori che genererà un valore economico, oppure si creerà una macchina mostruosa che farà vivere consulenti e avvocati, intrappolerà in un grande magma politico le amministrazioni locali, e alla fine partorirà un topolino? «Non è dunque solo una questione di offerta, ma al momento», ha sottolineato Andrea Silipo, di Europrogetti & Finanza, «il decreto ha sollecitato grande interesse, ha diffuso una ventata di ottimismo in un ambiente sostanzialmente depresso. Il sito dell’Agenzia del Demanio dalla pubblicazione del decreto ha avuto in pochi mesi 130 mila accessi per la consultazione degli elenchi, il che vuol dire che oltre ai comuni su cui giacciono i beni, c’è un reale interesse da parte del mercato». L’immenso patrimonio dello stato comprende non soltanto fari e caserme, ma è relativo anche a un patrimonio sconosciuto che riguarda le asl, i policlinici e le università, un patrimonio sconosciuto anche agli utilizzatori.

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