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Federalismo alla prova dei conti

La macchina del federalismo si mette in moto. E in tempi stretti produrrà i primi numeri che i comuni attendono come il pane per capire il reale impatto della riforma sui propri conti. Ieri con l’entrata in vigore del decreto sul fisco municipale (dlgs 23/2011) è iniziata una nuova era per i sindaci. Che hanno detto definitivamente addio ai trasferimenti erariali e d’ora in avanti dovranno finanziarsi esclusivamente con un mix di tributi propri e compartecipazioni. E mentre si conosce il totale della posta in gioco (i comuni rinunceranno a circa 12 miliardi di euro di contributi statali che dovranno essere integralmente coperti dal gettito dei tributi devoluti), la vera incognita sarà rappresentata da come questi soldi saranno distribuiti sul territorio. L’obiettivo del ministro della semplificazione, Roberto Calderoli, è dare subito una risposta a questi interrogativi. Tant’è vero che proprio ieri, nel primo giorno del federalismo, si è insediato al ministero dell’economia il gruppo di lavoro incaricato di tradurre le norme del dlgs 23 in numeri. Oltre a Calderoli e al sottosegretario all’interno Michelino Davico, ne faranno parte Luca Antonini, presidente della Copaff, Giancarlo Verde, direttore della finanza locale del ministero dell’interno, Fabrizia Lapecorella, direttore del dipartimento delle finanze del Mef, Maurizio Delfino, consulente del Viminale, Salvatore Bilardo, ispettore capo del Mef per la finanza delle p.a. L’obiettivo del ministro è rispettare la tabella di marcia prevista dal dlgs 23. E dunque arrivare all’emanazione dei relativi decreti ministeriali entro 45 giorni dall’entrata in vigore del federalismo, ossia entro il 23 maggio. La commissione ministeriale si riunirà la prossima settimana e inizierà a produrre i primi dati sulla base dei quali verrà avviato il confronto con i tavoli tecnici dell’Anci. Tra i primi nodi da sciogliere ci sarà la determinazione (con dpcm) della percentuale della compartecizione Iva (di cui per il momento si sa solo che dovrà garantire un gettito pari al 2% della compartecipazione Irpef e cioè circa 2,8 miliardi). Poi bisognerà attribuire a ciascun comune la quota di Iva spettante, determinata sulla base dei consumi effettuati sul territorio. L’assegnazione avverrà prendendo come parametro il gettito Iva provinciale suddiviso per il numero di abitanti. Con decreto del Viminale, previa intesa in Conferenza stato-città, dovranno essere stabilite le modalità di alimentazione e di riparto tra i comuni del Fondo di riequilibrio (che durerà tre anni per poi essere sostituito dal Fondo perequativo) in cui confluirà il gettito dei tributi immobiliari devoluti. Il dm dovrà poi stabilire quale sarà la fetta di imposta di registro, imposte ipocatastali, Irpef fondiaria, imposte di bollo e di registro e cedolare secca sugli affitti che dovrà andare a ciascun comune. Il tutto entro il 23 maggio, una dead line che Calderoli è più che mai intenzionato a rispettare anche per venire incontro alle richieste dei sindaci sui gravano ormai troppe incertezze finanziarie. A cominciare dalla mancata pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del dpcm che suddivide tra gli enti gli sconti sul patto di stabilità 2011. Un problema non da poco in vista della chiusura dei bilanci di previsione fissata al 30 giugno. Rapporto Ifel. Che il comparto dei comuni non se la passi bene non è una novità, ma, come evidenziato dall’Ifel nel rapporto sulla finanza e l’economia locale 2010, presentato ieri, la situazione è notevolmente peggiorata con la legge di stabilità e il nuovo Patto. Secondo la Fondazione presieduta da Giuseppe Franco Ferrari, tra tagli ai trasferimenti (2,5 miliardi) e riduzioni di spesa, «la manovra non ha precedenti negli ultimi 30 anni e impone agli enti locali di tornare ai livelli degli anni ’80». A preoccupare c’è soprattutto la continua crescita della spesa corrente che va di pari passo con la costante contrazione della spesa in conto capitale. In parole povere, i comuni che fino a pochi anni fa realizzavano il 75% degli investimenti pubblici nel paese, oggi stanno progressivamente tagliando questa voce dai propri bilanci. Un fenomeno costante lungo lo Stivale ma particolarmente evidente al Sud dove secondo l’Ifel la spesa in conto capitale si attesta a 251 euro pro capite contro i 274 euro del Centro e i 320 euro del Nord. Numeri allarmanti se confrontati con quelli della spesa corrente: 732 euro a testa al Sud, 934 al Centro e 877 al Nord. E, a giudizio della Fondazione Anci per la finanza locale, ancor più gravi in prospettiva del federalismo fiscale che, in ossequio all’art. 119 della Costituzione, dovrebbe garantire ai sindaci non solo autonomia finanziaria di entrata ma anche di spesa. «E’ giusto operare un controllo attento sull’indebitamento dei comuni, ma questi debbono essere liberi di spendere», lamenta il segretario generale dell’Anci, Angelo Rughetti, secondo cui «la necessità di rivedere il patto di stabilità è più che evidente se si analizza il surplus di entrate che i comuni archiviano ogni anno». Quali potrebbero essere le soluzioni per dare un po’ di ossigeno ai sindaci? L’Ifel ne individua una potenziale: il patto di stabilità regionale. Una chance a dir la verità già prevista dalla legge (nelle regioni in cui il livello di spesa conseguibile è stato maggiore delle entrate disponibili è stato concesso ai comuni di occupare gli spazi finanziari non sfruttabili) ma fino ad ora poco o nulla sfruttata (ad eccezione del Piemonte e della Lombardia). Colpa secondo l’Ifel dei ristretti margini generati dai comuni «che non offrono spazi adeguati sul territorio e rischiano di essere assorbiti dalla regione nei momenti di crisi». E allora? Le vie d’uscita restano due: offrire agli enti margini di flessibilità «ultra annuale» e una contabilità uniforme tra i vari livelli di governo, «presupposto necessario», come ha sottolineato il direttore scientifico dell’Ifel, Silvia Scozzese, «per una reale collaborazione interistituzionale». «L’a-uspicio», ha concluso Scozzese, «è che il tavolo tecnico per l’integrazione dei principi contabili possa operare al meglio con quelli statali».

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