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Federalismo a marce ridotte

ROMA – Il sentiero che porta all’attuazione del federalismo fiscale si fa impervio. Per la combinazione di almeno tre fattori, uno per ogni decreto attuativo: il parere sul fisco regionale è destinato a slittare di una settimana; l’intesa in conferenza unificata sul federalismo municipale è ancora a rischio; i tempi per l’introduzione dei fabbisogni standard potrebbero rilevarsi più lunghi del previsto al punto che il Pd li quantifica in 12 anni. Partiamo dalle regioni. Che hanno visto cadere nel vuoto, almeno per ora, la richiesta avanzata martedì di un incontro con il governo per affrontare in abbinata il federalismo e la manovra. Laddove dovrebbe essere accolta la proposta presentata ieri di far slittare di una settimana il parere in conferenza unificata sul fisco regionale e i costi standard sanitari, calendarizzato per oggi. A motivare l’istanza di rinvio è stato il presidente dei governatori, l’emiliano Vasco Errani: «Abbiamo chiesto un incontro urgente prima del parere sui decreti ? ha spiegato – perché il tema della manovra e dei tagli incide in modo netto anche sulle questioni del federalismo fiscale. Dato che non è possibile ottenere un incontro in queste ore», ha aggiunto, si sta lavorando all’ipotesi di posticipare di una settimana il parere. In modo da capire «qual è la base sulla quale si innesta il federalismo» a proposito di risorse per il trasporto pubblico locale, la famiglia, il welfare. Sul merito del provvedimento le autonomie hanno stilato una lista di 15 nodi ancora da sciogliere. Che Romano Colozzi, assessore lombardo alle Finanze e coordinatore della commissione affari finanziari delle regioni, ha definito «insoddisfacenti, perché su alcuni non abbiamo avuto risposte, su altri le abbiamo avute ma parziali». Oltre ai tagli della manovra e alla mancata fissazione di livelli essenziali di assistenza e delle prestazioni (noti come lea e lep), l’elenco contiene appunti sia sulla parte fiscale che su quella sanitaria. Tra i primi spiccano la mancata previsione di un’addizionale regionale all’Ires e la manovrabilità dell’Irap legata a quella dell’Irpef; tra i secondi la richiesta di maggiore precisione sull’equilibrio di bilancio richiesto per entrare nella rosa di cinque regioni da cui saranno scelte le tre benchmark. Non meno irto si annuncia il cammino del decreto sul fisco municipale. Il provvedimento che attribuisce ai comuni il gettito dei tributi immobiliari, istituisce l’imposta municipale e introduce la cedolare secca sugli affitti sarà anch’esso all’esame dell’unificata odierna. Ma non è detto che non slitti di nuovo come già avvenuto due settimane fa. Lo stesso presidente dell’Anci Sergio Chiamparino non lo esclude. «Rebus sic stantibus all’ufficio di presidenza chiederò di non dare l’intesa», ha spiegato al Sole 24 ore il sindaco di Torino. Precisando che il problema non è tanto il dlgs quanto i tagli della manovra su cui «il governo non ha ancora presentato le carte che abbiamo più volte richiesto». Completano il quadro i fabbisogni standard di comuni e province all’esame della bicamerale. Terminate le audizioni il dibattito sul dlgs che assegna a Sose spa e Ifel il compito di fissare la quantità di spesa considerata efficiente nei servizi essenziali erogati dagli enti locali dovrebbe entrare oggi nel vivo. In quella sede il relatore di minoranza Marco Stradiotto (Pd) presenterà un testo alternativo per colmare le lacune evidenziate ieri sera in commissione anche da Anci e Upi. Dando seguito all’intenzione preannunciata a questo giornale dal capogruppo in commissione Walter Vitali l’11 settembre scorso, i democratici non vogliono più limitarsi alla presentazione di emendamenti correttivi ma puntano all’accoglimento delle loro proposte organiche. Il Pd proporrà un percorso al quale Sose, Ifel e magari l’Istat dovranno attenersi nell’individuazione dei fabbisogni. Che andranno introdotti gradualmente con più dpcm sottoposti al vaglio del parlamento, così da portare a regime l’intero meccanismo ? comprensivo dunque di obiettivi di servizio, lep e costi standard ? entro 12 anni. Al posto dei sei previsti dall’esecutivo che il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli si è già detto disposto a portare a sette.

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