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Fabbisogno in calo di 9 miliardi

ROMA – Il fabbisogno del settore statale dei primi otto mesi dell’anno è risultato pari a 51,7 miliardi, inferiore di circa 9,1 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2009. Conti pubblici, rileva il Tesoro, sostanzialmente in linea con le previsioni, dunque con il fabbisogno del solo mese di agosto pari a 8 miliardi. L’incremento è di 900 milioni nel confronto con l’analogo mese del 2009. Risultato che, stando a quanto ha comunicato il ministero del-l’Economia, «riflette la sostanziale tenuta delle entrate fiscali che hanno beneficiato, analogamente allo scorso anno, del recupero di gettito slittato dal mese di luglio per effetto dello spostamento dei termini di versamento per i contribuenti soggetti agli studi di settore». Sul fronte delle uscite, il saldo del mese sconta maggiori rimborsi fiscali, «in larga parte compensati da minori erogazioni alle amministrazioni locali». Il luglio l’avanzo è stato di 2,7 miliardi. Saldo migliore per 6,3 miliardi rispetto al fabbisogno del luglio 2009, per effetto di una minore spesa per interessi sul debito e un più contenuto “tiraggio” di tesoreria a beneficio degli enti locali oltre al venire meno dei «Tremonti bond», che lo scorso hanno avevano pesato per 1,45 miliardi. In tal modo, il fabbisogno si era attestato a 43 miliardi e 100 milioni, vale a dire 10,5 miliardi in meno rispetto al dato cumulato dei primi sette mesi del 2009, quando il disavanzo di cassa era stato pari a 53 miliardi 674 milioni. Come di consueto, per verificare se e in che misura gli obiettivi per i saldi di finanza pubblica del 2010 potranno essere rispettati, sarà decisivo l’andamento delle entrate e soprattutto della spese nell’ultimo quadrimestre dell’anno. Il nuovo quadro macroeconomico è atteso entro il 20 settembre con la presentazione in Parlamento dello schema di decisione di finanza pubblica (il vecchio Dpef). Si va verso la sostanziale conferma (con una possibile oscillazione di qualche decimale) del 5% del Pil per quel che riguarda il deficit, nella versione «indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni» (utilizzato per il confronto in sede europea). Altra cosa è il fabbisogno di cassa del settore statale che fotografa il saldo mensile, e che comunque resta un indicatore di grande importanza per saggiare la tenuta dei conti pubblici in corso d’anno. Il fabbisogno alimenta il debito e dunque eventuali, significativi scostamenti rispetto alle previsioni rappresentano un campanello d’allarme da non sottovalutare. Le più recenti simulazioni condotte da alcuni istituti di previsione, tra cui il Ref, ipotizzano per fine anno un deficit al 5,3%, per effetto dell’ulteriore crescita della spesa corrente primaria. Del resto, la manovra biennale da 24,9 miliardi approvata a fine luglio dal Parlamento non contiene, se non in misura contenuta, misure correttive per l’anno in corso, e lo stesso ministro dell’Economia, Giulio Tremonti ha escluso che sia necessario intervenire in autunno con una manovra-bis. Decisivo sarà il target per quel che riguarda il Pil: per quest’anno la forchetta è tra lo 0,8 e l’1%, mentre a fine 2011 si dovrebbe raggiungere quota 1,4 per cento. Tassi di crescita che non aprono evidentemente grandi margini a interventi “espansivi” sul fronte della spesa corrente e a riduzioni significative del prelievo fiscale, che potranno se mai beneficiare degli incassi che verranno dalla lotta all’evasione. Prudenza e cautela restano scelte obbligate, stante l’incertezza sui tempi e le modalità di uscita dalla crisi. L’impegno assunto in sede europea prevede che, per effetto della manovra, il deficit si attesti nel 2011 al 3,9% del Pil nel 2011 e al 2,7% nel 2012. Alla nuova finanziaria («legge di stabilità») in arrivo per metà ottobre il compito di tradurre nei relativi saldi contabili gli effetti delle misure contenute nella manovra correttiva. Per gli eventuali interventi diretti a sostenere lo sviluppo (Tremonti pensa a sgravi fiscali a favore della famiglia, lavoro e ricerca) c’è tempo fino a febbraio. Nel mezzo, il difficile autunno della verifica politica nella maggioranza.

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