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Enti locali prigionieri dei derivati

I derivati pesano sui bilanci degli enti locali veneti: se il caso di Verona alle prese con Merrill Lynch aveva già fatto intuire la gravità della situazione (si veda Il Sole- 24 Ore NordEst del 19 gennaio scorso) a togliere ogni dubbio ci pensa l’ultima analisi di Consultique, società di consulenza finanziaria con sede nella città scaligera, che ha scandagliato l’indagine conoscitiva della Corte dei conti del Veneto del luglio 2010 sull’utilizzo degli strumenti strutturati da parte della pubblica amministrazione regionale nel periodo 2006-2009. I dati: dei 67 enti del Veneto che risultano aver sottoscritto derivati nel periodo considerato, ad oggi ne hanno in essere o ne hanno avuti sei province (Belluno, Padova, Rovigo, Venezia, Verona, Vicenza) e 57 Comuni, dei quali 3 capoluoghi (Venezia, Verona, Rovigo); 14 degli enti (21% del totale) si trovano in provincia di Verona. Tramite questi strumenti la maggior parte degli enti ha trasformato il debito da tasso fisso in variabile: poiché l’arco temporale delle suddette operazioni era caratterizzato da aspettative rialziste dei tassi, la trasformazione ha comportato l’esposizione al rischio degli enti (che originariamente ne erano immuni appunto perché indebitati a tasso fisso). «In generale le pubbliche amministrazione considerate – spiega Michele Moschini, analista finanziario di Consultique – hanno utilizzato strumenti speculativi e non di copertura (questi ultimi hanno una funzione riequilibratrice dei flussi “neutralizzando” la volatilità dei tassi di mercato, ndr), ma la Corte dei Conti ha anche riscontrato l’adozione di prodotti molto più rischiosi del derivato speculativo mediamente in essere. Alcuni enti veneti infatti hanno optato per contratti con effetto leva, vere e proprie scommesse che li espongono all’eventualità di un effetto moltiplicatore dei tassi: indebitarsi con questa modalità costituisce un fatto ancor più grave». E c’è un altro elemento interessante che si evince dall’indagine: è successo che alcuni derivati fossero veri e propri finanziamenti senza alcun elemento di aleatorietà. «Talvolta lo strumento scambiava addirittura tasso fisso contro tasso fisso – spiega Moschini – ma comparendo come derivato sfuggiva a tutta una serie di vincoli e controlli». Invariata, però, rimane la costante comune a tutti questi contratti speculativi, che porta Consultique (che di casi veneti ne ha analizzati 16 trattando l’estinzione anticipata di 12 derivati) a rimarcare la necessità di chiuderli: si tratta di strumenti comunque sbilanciati in favore delle banche, che se concedono all’ente vantaggi nel primo periodo, poi lo penalizzano. Nel quadriennio 2006-2009 infatti, i flussi aggregati annualmente scambiati fra le parti, dopo un 2006 di debole positività, sono sempre stati di segno negativo, con una perdita per le amministrazioni che è andata aumentando negli anni (vedi garfico sopra). Stesso discorso se si guarda al mark ti market aggregato (cioè al valore dei flussi futuri attesi dal contratto, attualizzato sulle curve dei tassi di mercato): il segno meno caratterizza tutti e quattro gli anni d’indagine, compreso il 2009 quando invece il ribasso dei tassi seguito all’apice del 2008 avrebbe dovuto favorire gli enti. Eppure tutto questo sembrerebbe non bastare ancora a convincere le amministrazioni. Nonostante ci sia stata una significativa crescita del ricorso all’estinzione anticipata, ben il 65% del campione intervistato dalla Corte dei Conti dichiara di non aver intenzione di procedere all’estinzione. Infine, puntualizzano dalla Consultique, occorre risolvere la questione dei sinking funds, fondi nei quali gli enti accantonano le giacenze per ripagare un debito contratto gestiti dalle banche depositarie e che coinvolgono i derivati poiché questi ultimi sono spesso agganciati al prestito. «Il primo rischio riguarda la potenziale insolvenza della banca – puntualizza Cesare Armellini presidente Consultique – il secondo la destinazione sconosciuta d’investimento dei capitali versati. Lo Stato crei un fondo ad hoc che permetta agli enti locali di chiudere queste posizioni ed evitare ulteriori rischi. Investire gli accantonamenti in titoli statali gioverebbe a tutti, enti locali e finanze pubbliche».

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