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Derivati Milano: no alle eccezioni

Niente da fare per le eccezioni preliminari avanzate dai difensori delle quattro banche imputate nel processo sui derivati di Palazzo Marino in corso al tribunale di Milano. Nell’udienza di ieri, l’ultima prima della pausa estiva, il giudice della IV sezione Oscar Magi ha respinto in blocco le obiezioni presentate dai legali di Depfa Bank ,Jp Morgan ,Ubs e Deutsche Bank , accogliendo quindi la linea del pubblico ministero Alfredo Robledo. Nella prossima udienza, fissata per il 24 settembre, la partita entrerà nel vivo con le richieste di prova. Nel processo sui derivati, oltre ai funzionari bancari e comunali, sono sotto accusa anche gli stessi istituti di credito, in base al principio sulla responsabilità amministrativa fissata dal Dlgs 231 del 2001. Nel mirino della difesa di Deutsche Bank, Depfa Bank, Jp Morgan e Ubs sono finiti soprattutto due aspetti dell’impianto accusatorio del Pm. Prima di tutto è stata contestata l’«in determina-tezza» dei capi d’imputazione, ovvero la genericità dell’accusa nei confronti di banche e imputati, che, sostiene la difesa, non sarebbero in grado di difendersi senza l’identificazione di eventi circoscritti. Seconda eccezione preliminare sollevata dagli istituti di credito, la mancata traduzione degli atti di chiusura delle indagini, della richiesta di rinvio a giudizio e di fissazione di udienza preliminare e giudizio. Una contestazione apparentemente formale, ma che avrebbe potuto invalidare praticamente tutta la fase successiva alle indagini, se il giudice avesse accolto la tesi in base alla quale gli atti scritti solo in italiano non garantiscono il diritto di difesa dei legali rappresentanti delle banche estere. Questa, infatti, la tesi degli avvocati difensori, che si rifaceva ad alcune sentenze italiane della Corte di cassazione sui diritti degli stranieri imputati in Italia. Ma nulla di fatto, tutto respinto. Ora la battaglia si sposta sul piano delle richieste di prova. Da settembre, insomma, il dibattito dovrebbe spostarsi dal piano formale a quello sostanziale, entrando nel merito di una vicenda che vede imputati 13 funzionari, di cui 11 dipendenti bancari e due tecnici comunali (tra cui l’ex city manager Giorgio Porta), e, come detto, le 4 banche straniere. Il procedimento ha al centro un prodotto derivato, agganciato ad un bond trentennale da 1,68 miliardi emesso dal comune di Milano nel 2005, e le successive rinegoziazioni. Secondo la ricostruzione degli inquirenti le banche (con l’aiuto dei due tecnici comunali) avrebbero realizzato profitti illeciti pari a circa 100 milioni, commettendo il reato di truffa aggravata. Denaro che adesso Palazzo Marino, costituendosi parte civile nel processo, è intenzionato a recuperare.

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