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Decreto Imu, è scontro sulle case di pregio

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A meno di un ritiro all’ultimo secondo, oggi sarà votato alla Camera l’emendamento targato Pd al decreto Imu che reintrodurrebbe la tassa per le prime case che hanno una rendita catastale superiore ai 750 euro. Con le risorse finanziarie risparmiate verrebbe riportata al 21%, a partire dal 1° novembre, l’aliquota Iva appena passata al 22. 
A questo emendamento (primo firmatario Mario Marchi) sono collegati due altri emendamenti di Scelta civica. Il primo a firma di Enrico Zanetti e Andrea Romano, prevede l’innalzamento da 200 a 300 euro della franchigia. Il secondo, formulato da Gianfranco Librandi, apre la strada al pagamento di un decimo della rata di giugno per i possessori di abitazione principale con reddito superiore ai 55mila.

Ieri, al termine di una giornata molto concitata, i presidenti delle Commissioni bilancio e finanze della Camera, Francesco Boccia e Daniele Capezzone, sono stati costretti a riammettere la proposta di modifica  dopo averla cassata in mattinata. Un passo indietro necessario perché il Pd è insorto di fronte all’idea che sul punto non si aprisse nemmeno una discussione.

Letta, Alfano e il Ministro Franceschini hanno seguito la vicenda con una certa preoccupazione. E al termine dei lavori della Commissione è stato Boccia a farsi interprete delle perplessità del Governo: “La proposta avanzata dal Pd che prevede la riduzione degli esenti dal pagamento dell’Imu mira a una progressività della tassa ed è per questo corretta”, ha spiegato Boccia, “ma ora stiamo discutendo del provvedimento che riguarda la prima rata Imu, incassata in questi giorni dai comuni come richiesto dall’Anci, riaprire, quindi, un dibattito sulla prima rata significherebbe, fra l’altro, creare squilibri fra i comuni che ricevono i trasferimenti ed è per questo che la cosa migliore sarebbe che tutti gli emendamenti ai primi due articoli venissero ritirati”.
Boccia, in sostanza, ricorda che proprio nelle ultime ore il Tesoro ha versato 2,3 miliardi alle amministrazioni locali per compensare i soldi non incassati a giugno, e se l’emendamento fosse approvato si dovrebbe attivare un complicato meccanismo al contrario, con i sindaci che ridanno i soldi a Saccomanni.

Dunque per il 2013 il Governo sembra non voler cambiare le carte in tavola, l’abrogazione sarà totale o quasi (qualche correttivo potrebbe esserci sul decreto di novembre per la seconda rata, come fa intendere Matteo Colaninno), mentre nel 2014 la nuova service tax prevederà meccanismi che facciano pagare le abitazioni più lussuose e i redditi più alti.
Il sottosegretario all’Economia Baretta ricorda che l’intesa raggiunta a fine agosto comprende 2 miliardi da dare ai comuni l’anno prossimo per alleggerire la componente “casa” della nuova tassa sui servizi urbani. Siccome la prima abitazione ne vale circa 4, vuol dire che non tutti saranno esentati.
Boccia conferma: “L’emendamento di Marchi può essere utile per definire i criteri sulla service tax”. Alla fine l’emendamento potrebbe essere derubricato a ordine del giorno. Lo stesso Marchi, in serata, ha arretrato di qualche centimetro: “Ritireremo la proposta se il Governo darà risposte chiare sui conti pubblici”. Ovvero: il Pd vuole sapere se e come rientreremo sotto il 3% del deficit, come sarà coperta la seconda rata e quanto inciderà l’abrogazione dell’Imu sulla legge di stabilità e le misure sul cuneo fiscale.

La vicenda tecnica e quella politica si intrecciano. Marchi non ha tutti i torti quando ricorda che il miliardo e 200 milioni recuperato dai “superproprietari” potrebbero servire a far rientrare l’Iva al 21 a novembre e dicembre, oppure a rimpinguare i fondi della cassa integrazione in deroga. Ma il prezzo potrebbe essere una nuova fase di instabilità, stavolta aperta non da Berlusconi, ma dai suoi fedelissimi. Se infatti è scontato che il falco Capezzone parli di“autolesionismo” del Pd, non è un caso se ieri sono insorti anche tutti coloro che stanno lavorando ad una ricucitura nel Pdl, come Renato Schifani: “Guai a fare maggioranze trasversali sull’Imu, noi non arretreremo di un millimetro”. È un avviso ai naviganti: se Alfano cedesse sul punto cruciale del programma pdl, perderebbe pezzi e potrebbe tornare in minoranza nel suo partito.

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