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Dalle minigonne al riso I divieti «pazzi» dei sindaci

E l’obbligo dei mutandoni, niente? L’eccellente Luigi Salerno, autore nel 1938 d’una mitica «Enciclopedia di polizia» che spaziava dall’uranismo alle insidie del Tabarin e agli «atti abbominevoli e ributtanti di libidine», troverebbe permissiva l’ordinanza del sindaco di Castellammare di Stabia contro le minigonne e gli abiti succinti. Se dobbiamo tornare agli anni Trenta, ohibò!, come possiamo rinunciare ai mutandoni? L’iniziativa del sindaco pidiellino stabiese, finito sui giornali di tutto il mondo, dall’americano Huffington Post all’australiano Daily Telegraph per questa idea di restituire il decoro al suo sgarrupato paesone stravolto da mille altri problemi mettendo in riga le scostumate in «abiti succinti, minigonne, maglie e camicie scollate », è in realtà soltanto l’ultima di una lunga serie di ordinanze di tutti i colori. Certo, questa è particolarmente spassosa. Basti rileggere l’intervista data dal sindaco Luigi Bobbio al Corriere del Mezzogiorno dove spiega che no, i vigili urbani non useranno il metro perché «l’unica ad essere sanzionata sarà la cosiddetta minigonna inguinale, con la biancheria intima a vista». Per capirci, insiste, «basta uno sguardo per giudicare se la minigonna è mutandale». Un passaggio irresistibile. Come quello dedicato alla patta: «Dai camerini di servizio dei negozi, dalle latrine e dagli orinatoi ci si può allontanare solo dopo aver rimesso i propri abiti del tutto in ordine». Parole che, se non temessimo i doppi sensi, avrebbero, come dire, un buon odore di cose d’altri tempi. Come quell’articolo de La Stampa che a metà degli anni 50 titolava: «Il medico sconsiglia il ballo del twist». Spiegando che «le audaci sequenze dei movimenti flessuosi, felini, morbidi o a scatti che impegnano svariatissime articolazioni» in un «andazzo avanti-indietro e latero-laterale» potevano portare a gravi «dislocamenti dei dischi interposti tra vertebra e vertebra». L’ordinanza-retrò di Castellammare, tuttavia, come dicevamo è soltanto l’ultima di una lunga serie. Così lunga che un gruppo di studiosi del diritto, coordinati da Domenico Falcon, ha deciso di dedicare al tema un poderoso quaderno di 452 pagine de «Le regioni» del Mulino. Denunciando i rischi, come scrive nel suo saggio Fulvio Cortese, della «tendenza alla violazione del principio di separazione tra politica e amministrazione » che «conduce anche ad uno stravolgimento ricorrente delle competenze degli organi comunali, così come definite sia dallo stesso legislatore statale». Una deriva. Al punto che «talvolta si rende vietato ciò che è dichiarato dalla legge come lecito, oppure si rende obbligatorio o si incentiva ciò che allo stato dell’arte, a ben vedere, non si potrebbe fare». Col risultato, denuncia Falcon, che restano «estromessi dall’esercizio delle proprie competenze da un lato gli stessi consigli dei Comuni interessati, che vedono le ordinanze statal-sindacali largamente sovrapporsi alla materia dei regolamenti di polizia urbana, dall’altro le Regioni, astrattamente competenti a legiferare in larga parte delle materie di cui le ordinanze si occupano ». Ne abbiamo viste di ogni genere, soprattutto in questi ultimi due anni dopo il via al pacchetto Maroni. Scelte controverse. Destinate spesso a dividere l’opinione pubblica. Come quella del sindaco di Mariano Comense che, per erigere una barriera contro l’eventuale arrivo di Rom, stabilì «il divieto di sosta sul territorio comunale a qualsiasi tentativo di insediamento a mezzo di camper, roulotte, furgoni, autoveicoli in genere o tende e attrezzature da campeggio ». O quella del sindaco di Albenga e molti altri comuni contro l’apertura di nuovi Kebab. O quelle ripetute e diffuse («il velo potrebbe spaventare i bambini », spiegò il primo cittadino leghista di Codogné, Treviso) contro il burqa. O quelle dei sindaci di Bergamo e di Mantova contro l’accattonaggio che hanno indignato la Chiesa locale. «A qualcuno vedere i nostri fratelli che allungano la mano per chiedere il pane può creare fastidio», è saltato su il vescovo mantovano Roberto Busti, «Ma siamo chiamati a risolvere i problemi, non a eliminare i fastidi. Un’ordinanza anti-mendicanti serve solo a nascondere la povertà ». Risposta sferzante del parlamentare e responsabile enti locali della Lega Nord, Gianni Fava: «Se vuol far politica, si candidi alle elezioni». Per non dire della decisione di tanti primi cittadini di rispondere alla decisione dell’Ue di vietare i crocefissi nelle scuole o nei luoghi pubblici non con una posizione netta ma sensata quale quella espressa per esempio sul Corriere da Claudio Magris, ma con la stralunata decisione di imporre il crocifisso obbligatorio anche nei bar, nei caffè o nelle trattorie. Come a Trivolzio. Dove il sindaco, mettendo il messaggio evangelico sullo stesso piano del dialetto o della sagra della castagna, sentenziò: «Era l’unico modo di imporre a tutti i nostri valori. Voglio prevenire la presa di distanza di qualcuno dalle nostre radici». Un crocefisso, scrisse padre Enzo Bianchi, «usato come clava». Fatto sta che, convinti d’avere avuto dagli elettori un mandato plebiscitario che consentiva di fare loro tutto, tanti sindaci si sono lanciati a capofitto in ordinanze indimenticabili. Come quella del primo cittadino di Martinsicuro (Teramo) contro il «disturbo della quiete negli spazi condominiali » voluta, spiegava l’agenzia Italia, per «far cessare gli abusi vocali di clienti e “lucciole” che consumano sesso negli appartamenti a luci rosse». O quella del sindaco di Ossi contro i cercatori di lumache giacché, scrisse la Nuova Sardegna, «sulle tavole degli ossesi non è mancato mai un piatto di lumache o di lumaconi ». O ancora quella del sindaco della salernitana Furore contro i nani da giardino colpevoli di causare «l’alterazione dell’ambiente naturale». È come dimenticare l’ordinanza del sindaco di Saluggia, che consigliando piuttosto il «lancio di petali di rose», ha stabilito che «in occasione delle cerimonie nuziali con rito civile che si svolgono presso la sede comunale » sia «vietato il getto, il lancio e l’utilizzo del riso per la esternazione rituale di auguri e festeggiamenti agli sposi» così da assicurare «il rispetto e la tutela di un elemento vitale ed importante della vita umana come il riso»? E quella del sindaco di Eraclea che esortava sì i bambini a costruire castelli di sabbia ma a andarci piano con la paletta e secchiello «perché anche fare buche che modificano in modo pericoloso la percorribilità a piedi della spiaggia diventa un gioco molesto»? La sola consolazione, alla fine, sono quelle ordinanze che prendono per i fondelli le ordinanze. Come quella del sindaco di Acquapendente. Che, furente per i tagli alla sanità decisi nel Lazio da Renata Polverini, ha ordinato a partire dal prossimo 1° gennaio ai concittadini «di evitare di contrarre qualsiasi malattia e patologia che necessiti un intervento ospedaliero soprattutto d’urgenza». Michele Orlando, sindaco democratico di Roncadelle (Brescia), si è spinto oltre. E arrabbiatissimo con il patto di stabilità che gli impediva di ampliare il cimitero, ha diffuso il seguente proclama: «Cittadini, non passate a miglior vita!»

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