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Da Bruxelles 350 miliardi per i Paesi della Ue Cofinanziamenti e fondi, la giungla delle regole

Saper spendere i soldi europei. In Italia è come se sparissero nelle sabbie mobili. Il percorso comincia a Bruxelles. Il bilancio europeo viene programmato ogni sette anni (le cosiddette «prospettive finanziarie»). Per il periodo 2007-2013 Commissione, governi ed Europarlamento si sono accordati per un totale di 957,7 miliardi (impegni di spesa), pari all’1,13% del pil europeo. Per la prima volta la quota più importante (44,6 %) tocca ai «fondi strutturali »: 437,7 miliardi di euro, che si ottengono sommando i 348,4 miliardi destinati alla «coesione» e gli 89,3 miliardi per «la competitività». L’architettura finanziaria è intricata. Tuttavia sono ben riconoscibili tre canali attraverso i quali scorre la gran parte dei «fondi strutturali». Il primo è il Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale), che?come si legge sul sito ufficiale della Commissione ? «finanzia programmi aventi per oggetto le infrastrutture generali, l’innovazione e gli investimenti ». I beneficiari sono le regioni più arretrate (Obiettivo 1), vale a dire quelle che hanno un prodotto interno lordo (pil) inferiore al 75% della media europea. L’Italia fa parte dei 17 Paesi ammessi al finanziamento, con quattro regioni in Obiettivo 1 (Campania, Puglia, Calabria, Sicilia) e un’altra, la Basilicata, in uscita entro il 2013. Il secondo strumento è il Fse (Fondo sociale europeo), che «finanzia progetti di formazione professionale e altri tipi di programmi a favore dell’occupazione e della creazione di posti di lavoro». Infine c’è il «Fondo di coesione» destinato alle «infrastrutture ambientali e di trasporto e progetti di sviluppo delle energie rinnovabili ». In questo caso, però, sono considerati solo quei Paesi che hanno un tenore di vita inferiore al 90% rispetto alla media Ue. L’Italia, qui, non c’è. La concorrenza dei 10 Paesi dell’Est, entrati nella Ue nel 2004, è dunque molto forte. Considerando anche Cipro e Malta, i 12 nuovi partner, con il 25% di popolazione, hanno portato a casa il 51% dei 348,4 miliardi per la «coesione» (detti anche «fondi regionali»). La Polonia ha fatto il pieno con 67,2 miliardi, l’Italia ha comunque tenuto con 28,8 miliardi, al terzo posto dopo la Spagna (35,2 miliardi). Ma in futuro difficilmente il nostro Paese sarà in grado di mantenere la posizione. La Ue prescrive anche le regole per i pagamenti. La più importante è il «co-finanziamento»: se vuoi i soldi della cassa comune, devi essere pronto a metterci anche i tuoi. Le quote a carico della Ue variano a seconda dei progetti presentati. In media la copertura reale si aggira sul 50%. Nel caso dell’Italia, il governo ha aggiunto 32,2 miliardi ai 27,2 ricevuti da Bruxelles. Per un totale di 59,4 miliardi, 44 dei quali destinati al Sud (ed è la cifra citata venerdì 2 luglio dal ministro Giulio Tremonti). Per ottenere i fondi, bisogna presentare un piano alla Commissione. Ci possono provare le imprese (anche le piccole) e gli enti locali. Il lavoro di raccolta e di prima selezione, tenendo conto dei parametri, è compiuta dalle Regioni. Poi tocca ai governi negoziare con Bruxelles. Dopodiché comincia la palude. Un primo problema è quello della frammentazione. Nel periodo precedente, 2000-2006, «con i fondi europei sono stati cofinanziati, nel Mezzogiorno, 245 mila progetti, con una dimensione media di 200 mila euro. Nel centro-Nord i progetti sono stati più di 285 mila, con un valore medio di 60 mila euro» (citazione tratta da Gianfranco Viesti nel libro «Mezzogiorno a tradimento», Laterza 2009). Un pulviscolo di idee e una montagna di carte quasi impossibili da controllare. E infatti l’Italia è ai primi posti per le frodi sull’utilizzo dei fondi, specie nel Sud, dove secondo la magistratura, il flusso Ue costituisce uno dei polmoni finanziari dei clan mafiosi. C’è poi la questione dei tempi lunghi, con ritardi di anni rispetto alle tabelle di marcia. Anche qui il dato di sintesi lo ha fornito Tremonti: su 44 miliardi, spesi solo 3,6. La Ue ha previsto contromisure? In teoria sì. Una efficace, l’altra molto meno. La prima è la regola del «disimpegno automatico»: se non cominci a spendere entro il secondo anno del-l’erogazione, perdi la parte equivalente del finanziamento. Il deterrente funziona, non solo in Italia. Secondo fronte: i controlli. Col tempo la Commissione si è resa conto che era praticamente impossibile vigilare su tutto l’universo dei progetti. E’ stata allora istituito uno schema di garanzia affidato ai singoli Paesi: un’autorità di gestione per ogni programma operativo; un’autorità pubblica di certificazione delle spese (che poi vengono rimborsate da Bruxelles) e infine un’a-utorità di audit pubblica per una verifica di ultima istanza. Per il resto si procede con controlli a campione. Ma, a parte le frodi, il livello di ritardi e inefficienze rimane alto. Specie in Italia.

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