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Cura di efficienza per l’acqua

ROMA – «Non sono la logica della concorrenza, quella della gara, o la semplice presenza dell’azionista privato che introducono automaticamente efficienza nel sistema. Servono piuttosto misurazioni attendibili dei risultati raggiunti dalle diverse gestioni certificati da soggetti pubblici forti e autorevoli. Servono procedure codificate di benchmarking che consentano di definire gli standard di qualità a cui i gestori devono attenersi, siano essi pubblici o privati, individuati con gare o con altri meccanismi». Il Censis si sottrae al «dibattito ideologico pubblico-privata» sulla gestione dell’acqua e chiede maggiore attenzione al tema in un paese in cui il 65% dell’acqua erogata viene ancora disperso in rete o non viene fatturato. «La buona disponibilità al rubinetto – dice il direttore del Censis, Giuseppe Roma – e le tariffe basse possono fare dell’acqua una variabile rimossa. In questo modo un problema che potrebbe essere affrontato senza rilevanti conflitti, con una programmazione degli investimenti in manutenzione e in realizzazione di impianti, soprattutto nella depurazione, rischia di diventare un ulteriore problema grave che lasceremo in gestione ai nostri figli». Lo studio del Censis, titolato «L’acqua tra responsabilità pubbliche, investimenti e gestioni economiche», sarà la relazione portante dell’incontro finanziario dell’autonomia locale organizzato per domani da DexiaCrediop. L’istituto di ricerca nega che oggi la soluzione ai problemi del settore idrico stia nella modalità, privata o pubblica, delle gestioni. Per Giuseppe Roma «l’acqua è comunque un bene pubblico e le gestioni devono essere comunque di natura imprenditoriale, indifferentemente che siano affidate ad aziende pubbliche o private». La contrapposizione fra pubblico e privato è, in sostanza, «impoverente» ed è difficile che si possa pensare a una composizione del conflitto fra le riforme fatte per decreto legge e le massicce raccolte di firme per il referendum abrogativo. Alcuni numeri dello studio Censis confermano la situazione critica. La dispersione totale (perdite di rete + mancata fatturazione) resta alta. Nel 1999 per prelevare 100 litri d’acqua era necessario erogarne 168, dieci anni dopo ne servono 165. Solo nel sud c’è stato un miglioramento sensibile, anche perché si partiva da una situazione drammatica: servivano 216 litri erogati per prelevarne 100 nel 1999, dieci anni dopo ne servivano 198. Anche le dispersioni di rete restano stabili. Nel 1999 era necessario immettere in rete 148 litri per erogarne 100, ora ne servono 147. Qui neanche il sud migliora, passando da 172 a 168 litri immessi in rete. In sintesi, su 165 litri immessi, 47 se ne vanno per la rete e 18 non vengono fatturati per l’abusivismo. Il servizio idrico integrato, che dovrebbe associare i servizi di depurazione e fognatura a quello di acquedotto, lascia scoperte ancora molte zone. Della depurazione, per esempio, godono soltanto il 70,4% degli abitanti italiani, solo il 57,4% di quelli del mezzogiorno. Il 15,3% degli italiani, invece, non ha ancora un servizio di fognatura.

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