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«Cura Brunetta» a singhiozzo

In Italia la sfida dell’efficienza pubblica è sinonimo, nel bene e nel male, di «riforma Brunetta»: lo è da due anni, da quando, nel marzo del 2009, il parlamento ha approvato la legge delega che ha aperto le danze. È una storia condita da qualche successo, molte partite aperte e alcuni inciampi, tutti accompagnati da un dibattito acceso fra tifosi e affossatori. Un confronto-scontro che non sempre ha aiutato a capire la portata reale delle novità. Lotta ai «fannulloni». È stata l’antipasto della riforma, il suo marchio di fabbrica iniziale grazie a una scelta comunicativa «audace», e ne rappresenta ancora oggi uno dei risultati più solidi. L’innesco sono state le sanzioni contro le malattie brevi, che hanno tagliato lo stipendio accessorio dei dipendenti pubblici nei primi giorni a casa e hanno fatto colare a picco i tassi di assenteismo. I primi mesi sono stati scanditi dalle tabelle ministeriali che mostravano (con qualche contestazione da parte della Cgil) crolli tra il 40 e il 50% nel numero di scrivanie abbandonate, poi ovviamente la curva si è stemperata e qualche inversione di tendenza non è mancata. A regime, comunque, gli uffici sono decisamente più pieni: gli ultimi dati, realizzati come sempre insieme all’Istat, mostrano che in media le presenze sono superiori di oltre il 30% rispetto all’epoca pre-sanzioni. Cambia l’organizzazione. Tutti alla scrivania, dunque, ma a fare cosa? Di questo tema, più complicato, si è occupata la riforma vera e propria, quella scritta nel decreto attuativo della delega approvato a ottobre del 2009. Qui la questione si fa complessa, gli attori coinvolti sono più numerosi, e i risultati per ora sono più sfumati. Il pallino, in realtà, è in mano soprattutto ai dirigenti, chiamati a fissare in modo sistematico gli obiettivi di uffici e dipendenti, mettere nero su bianco un «piano delle performance» attese e, a consuntivo, far valutare il tutto agli «organismi indipendenti», i nuovi giudici del lavoro pubblico. Dietro alla teoria si nasconde molta pratica, perché le «performance» possono banalmente essere i tempi di smaltimento delle procedure, il numero di permessi o di documenti rilasciati, e così via. Il 2011, però, per il nuovo sistema è solo l’anno del debutto che per di più, complice la crisi economica, sarà solo parziale. E i premi? Già, perché un calendario «sfortunato» ha travolto l’avvio di uno degli snodi cruciali della pubblica amministrazione «modello Brunetta», quello dei premi ai migliori. Castigati i fannulloni, è la strategia del ministro, bisogna premiare i volenterosi, e la riforma prevedeva di gonfiare le loro buste paga anche del 20-30 per cento. La manovra «salva-deficit» dell’estate scorsa, però, ha bloccato per tre anni i rinnovi contrattuali, e ha tagliato le gambe alla meritocrazia: i premi «superstiti» sono drasticamente inferiori, saranno alimentati da un «dividendo dell’efficienza» ancora da individuare e, come contropartita, a tutti i dipendenti sarà assicurato di non perdere un euro rispetto al 2010. Se l’efficienza non «paga», il suo contrario non «castiga», ma il cuore economico della riforma viene rimandato a un futuro non troppo vicino (2014). Tecnologia e trasparenza. Il consuntivo è in chiaro-scuro anche per il capitolo «digitale» della riforma. L’operazione trasparenza ha riversato su internet nomi e compensi di migliaia di dirigenti pubblici, amministratori di società partecipate e consulenti, e soprattutto in quest’ultima categoria ha favorito una buona dose di autoregolamentazione: sulle prime infornate di dati i giornali nazionali e locali si sono buttati a pesce, e il timore di vedersi chiedere conto degli incarichi deve aver frenato qualche «consulenza facile». L’entusiasmo iniziale si è però allentato insieme ai controlli, e trovare gli elenchi di molti enti è tornato difficile. Anche il decollo della sanità elettronica è più difficile del previsto: i certificati online sono ormai una realtà, dopo mesi di tira e molla, mentre la ricetta elettronica è una promessa, che si è incagliata per mesi all’Economia insieme ai miliardi di risparmi annunciati. Ferma ai box, al momento è anche la semplificazione targata Calderoli, nucleo essenziale della «scossa» all’economia prevista dal governo; ma questa è un’altra partita.

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