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Criminalità, sfascio e Stato assente Buco di 500 milioni alle Asl calabresi

ROMA – Tutto si sarebbe aspettato, il generale dei carabinieri Massimo Cetola, tranne che di trasformarsi nel bersaglio preferito del fuoco «amico». Nominato commissario straordinario nel marzo del 2008 dal ministro dell’Interno Giuliano Amato, pensava di dover passare il suo tempo a bonificare l’Azienda sanitaria provinciale numero 5 di Reggio Calabria sciolta per infiltrazioni mafiose e ridotta in uno stato raccapricciante, con debiti che superavano 500 (cinquecento) milioni di euro. E non, come invece è successo, a parare i colpi che subito gli sono arrivati da tutte le parti. Perfino dalla Guardia di finanza, dai Nas, dal Tesoro, dall’Inail e dagli Ispettorati del Lavoro. Per non parlare dei siluri sganciati dai partiti di destra e di sinistra, dal Parlamento, dalla Regione… Due anni di incubo, documentati in una relazione consegnata nelle scorse settimane al governo che rappresenta un inquietante promemoria per i nuovi vertici dell’Azienda, che ora devono essere nominati. Testimonianza agghiacciante di quello che può succedere da qualche parte, in Italia, dove lo Stato ha deciso di ritirarsi. Basta leggere le prime righe, dove si racconta di una struttura (anzi, due strutture distinte visto che l’Azienda sanitaria provinciale doveva essere il risultato della fusione fra un’Asl di Reggio e una di Palmi) «allo sfascio totale, paurosamente e pericolosamente senza regole, senza guida e senza controlli». Un ente, scrivono Cetola e i due vicecommissari Cesare Castelli e Salvatore Gulli, «in stato di abbandono, lasciato a gruppi di potere interni alla propria dirigenza, con strutture amministrative caotiche, con infiltrazioni criminali attraverso meccanismi manipolati dall’ester-no con la compiacenza dei dirigenti ». Infiltrazioni che pure costituivano un elemento «marginale» rispetto «alla voragine dell’assoluto sfacelo amministrativo, strutturale, finanziario». Come detto, l’indebita-mento era di oltre mezzo miliardo di euro, lo stato di insolvenza «permanente», i creditori «una miriade»: e non se ne stavano con le mani in mano. Perché «tutti insieme proiettati a far valere le proprie pretese, gratificate e sostenute da una tesoreria partigiana contro l’Azienda e disposta invece, attraverso anomale o quantomeno originali interpretazioni normative, a favorire pignoramenti e crediti». Risultato: «la fagocitazione da parte dei pignoramenti della rimessa mensile destinata alle attività sanitarie» spesso con il blocco del-l’assistenza. In una situazione del genere sarebbe stato più che normale avere un appoggio straordinario delle istituzioni. Al contrario, denunciano Cetola, Castelli e Gulli, i commissari si sono trovati «non solo senza adeguati supporti ma anche contro l’assenza di qualsivoglia sostegno, addirittura contro una compatta e determinata opposizione interna ed esterna, talora rappresentata da esponenti istituzionali e politici, persino contro un’azione di accertamento e di giudizio». Rivelano, i tre, di aver dovuto fronteggiare circa 100 ricorsi al Tar, una trentina di cause davanti al giudice del lavoro, una decina di denunce penali, quaranta diffide e tre ricorsi al Consiglio di Stato. Per non parlare di quello che nella relazione viene definito «ostruzionismo mascherato e non perseguibile». Non risparmiano nessuno, i commissari: nemmeno la Regione, accusata senza mezzi termini di remare contro. Il quadro di quello che Cetola, Castelli e Gulli hanno trovato due anni fa è semplicemente allucinante. A cominciare dal fatto che i due sistemi informatici delle Asl di Reggio e Palmi non si parlavano. Negli uffici giacevano 20 mila pratiche arretrate di invalidità civile. Non esisteva un servizio ispettivo, probabilmente perché il 70% del personale medico esplicitamente non gradiva i controlli. Un quinto degli studi era sprovvisto dei contenitori per i rifiuti speciali: in un contesto, manco a dirlo, di «igiene carente». Gli abusi nell’uso dei telefoni erano all’ordine del giorno, tanto che è stato sufficiente l’intervento dei commissari per abbattere le bollette di 72 mila euro al bimestre. L’unica cosa che non mancava era il personale. I medici erano 238: in rapporto alla popolazione, il doppio rispetto a quanto previsto dall’accordo integrativo regionale per la medicina generale. E molti di loro non rispettavano gli orari di lavoro. La spesa farmaceutica oltrepassava dell’11% la media regionale, a sua volta già superiore di quasi il 30% a quella nazionale: si prescrivevano medicinali a rotta di collo. E poi la gestione scriteriata degli immobili. Come i 70 (settanta) terreni agricoli inutilizzati di cui l’Azienda sanitaria è proprietaria per via di una serie di lasciti privati. Oppure quell’im-mobile «di prestigio », come viene definito nella relazione, affittato all’Univer-sità mediterranea di Reggio Calabria come sede del rettorato, con un contratto scaduto nel 1998 e che l’ateneo «occupava da allora senza titolo». O un altro immobile di proprietà locato alla società Giomi e adibito a struttura ortopedica convenzionata, con un contratto scaduto del controvalore di 40 milioni di vecchie lire l’anno. Tutto questo mentre la sede dell’Azienda sanitaria era in uno stabile affittato per 600 mila euro. E ci si stupisce che le perdite marciassero a un ritmo di 60 milioni l’anno?

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