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Cresce il debito dei comuni

Cresce il debito dei comuni e raggiunge la cifra di 62 miliardi di euro. Cresce ancor di più, rispetto all’esercizio precedente, il debito delle province attestandosi ad 11,5 miliardi di euro. Mentre sono 12 le regioni che hanno rispettato il patto di stabilità. A rilevarlo la Corte dei conti in due distinte relazioni sulla gestione finanziaria degli enti locali nel biennio 2008-2009 presentata venerdì scorso.

COMUNI E PROVINCE
“Il debito finanziario dei Comuni – si legge – supera i 62 milardi di euro e cresce limitatamente rispetto al precedente esercizio. Più spinta è la crescita del debito delle province che raggiunge quasi 11,5 miliardi. La sostenibilità del debito, considerando sia il peso degli interessi che quello delle quote capitale risulta nel complesso dei comuni critica, in quanto parte dell`onere è coperto con risorse di natura straordinaria”. Facendo qualche conto, è di 1.300 euro a testa il debito che grava sulla testa dei cittadini per gli impegni contratti da comuni e province. I 62,202 miliardi dei Comuni rappresentano un +0,55% sul 2007 gravano sulla popolazione residente per quasi 1.100 euro pro-capite, incidendo sul Pil per il 3,97%, mentre il debito finanziario delle province pesa invece per 200 euro a testa e rappresenta lo 0,75% del Pil. “Considerate, in termini a-tecnici, le entrate correnti quali una sorta di prodotto interno lordo dell’ente, l’incidenza media del debito per i Comuni è di oltre il 120% e per le Province del 113,57%” si legge ancora nella relazione.
“Il ricorso dell`indebitamento – prosegue poi la Corte dei conti – è in forte crescita, specie nei Comuni. Con il crescere del numero degli abitanti oltre i 20.000 gli enti con squilibrio economico finanziario sono pressoché raddoppiati”. Nel 2009, rileva inoltre la Corte, l`importo dei debiti fuori bilancio è in aumento, ma tale andamento sconta la non completezza degli enti interessati alle rilevazioni. La “patologia dei debiti extra bilancio rischia di diventare un evento fisiologico, anche se la recente normativa ha posto limitazioni all`uso dello strumento e l`obbligo di denuncia alle procure della Corte dei conti”.
Il fenomeno del dissesto appare “nel complesso circoscritto, tuttavia a seguito dell`introduzione del divieto di indebitamento per la copertura di spese correnti è divenuto maggiormente problematico finanziare il risanamento. Pertanto spesso risulta molto arduo raggiungere il risanamento senza intervento erariale”. Tuttavia, rispetto alla situazione registrata anni fa, le nuove situazioni “sono circoscritte per numero e dimensioni”. Gli enti locali in disavanzo nel 2008 sono di numero crescente (da 63 a 82 enti) rispetto agli esercizi precedenti e l`ammontare del disavanzo complessivo aumenta di oltre il 20%. “La situazione – si legge nella nota dei giudici contabili – non appare nel complesso incoraggiante, risultando in aumento gli enti interessati e le situazioni di alcuni di essi appaiono allarmanti”. Tra il 1989 e il 1 aprile 2010 sono 442 gli enti locali che hanno dichiarato il dissesto finanziario. Negli oltre 20 anni presi in considerazioni il numero nettamente preponderante di dissesti finanziari si è avuto un Calabria e Campania, con un totale di 127 e 113 dissesti in 22 anni. Nella Campania sono inclusi i dissesti di una provincia e di alcuni comuni. Nel 2010, fino ad aprile, erano 2 gli enti in dissesto nel Lazio, uno in Molise uno in Campania. Al primo aprile 2010 sono 24 gli enti in dissesto per i quali non è stato ancora presentato un piano di estinzione delle passivita’.
Tra le criticità i giudici contabili mettono il fatto che nei casi di assenza di mutui con oneri a carico dello Stato per il risanamento gli enti hanno “scarso interesse a dichiarare il dissesto che rappresenta un fallimento politico e incide per il risanamento sui cittadini elettori, per cui può verificarsi il rischio che enti in gravi condizioni ritardino la dichiarazione di dissesto, aggravando ulteriormente la situazione”.
Gli enti di autonomia territoriale, spiega la Corte, “sono stati coinvolti nella politica di rigore volta al risanamento finanziario dei conti pubblici. Per il raggiungimento degli obiettivi perseguiti, la principale linea direttrice era costituita dal rispetto del ‘Patto di stabilità interno’ che agli enti locali assegnava principalmente il compito di controllare la crescita della spesa corrente e di quella in conto capitale”. L`obiettivo del Patto di stabilità interno, rivolto al saldo è stato “sostanzialmente conseguito nel complesso del comparto delle autonomie locali, anche se ne ha risentito maggiormente la spesa d`investimento”. Il calo della spesa in conto capitale prosegue nelle Province e nei Comuni e “tale andamento non può essere considerato favorevolmente in un periodo in cui è avvertita la necessità di un rilancio dell’economia”.
Per gli enti locali, pur rilevandosi taluni andamenti non conformi al quadro programmatico, si evidenzia una “difficile situazione complessiva, con maggiori difficoltà rispetto all`esercizio precedente anche a fronte di un apporto ridotto delle entrate correnti proprie che continuano a decrescere. Resta sempre arduo lo stretto controllo della spesa corrente, ma l`assenza dei rinnovi dei contratti del personale contribuisce al contenimento”. Dal federalismo fiscale, invece, “potrebbe derivare una maggiore responsabilita’ di entrata e di spesa” per gli enti locali.

LE REGIONI
Sono 12 le regioni a statuto ordinario che hanno rispettato i limiti del patto di stabilità. Una sola regione, la Puglia, non ha rispettato il patto nei due saldi, cassa e competenza, mentre 2 regioni, la Campania e il Molise non hanno rispettato i limiti del saldo di cassa. Lo relazione sulla gestione finanziaria delle regioni nel 2008 e 2009 fa emergere anche che tutte le regioni a statuto speciale hanno rispettato i limiti del patto di stabilità, tranne la Sicilia con riguardo al saldo di cassa. Dalla relazione emerge anche la sanità pubblica è  il settore che incide maggiormente sulla finanza regionale assorbendo circa il 73% delle risorse. La dinamica di crescita della spesa corrente per il Servizio sanitario nazionale, che nel periodo 2000-2005 è risultata “molto spinta”, subisce invece un rallentamento nel 2009 (+ 0,4%). La Sicilia è l’unica regione in Italia dove negli ultimi tre anni la pressione tributaria da parte dei comuni è aumentata: dal 2006 al 2008 la leva è cresciuta del 6,11%. Gli aumenti si sono abbattuti su circa 3,5 milioni di siciliani, la popolazione dei 124 comuni presi a campione dai magistrati contabili per l’esame della gestione finanziaria. Nel Paese, la variazione delle imposte ha fatto segnare, secondo la Corte dei conti, una flessione pari a -29,63%. Il dato non è omogeneo e la forbice tra le diverse aree del Paese è ampia: -39,38% del Nord-Ovest, -30 nel Nord-Est, -29,87 al Centro, -19,84% al Sud, +4,26% nelle isole. La regione dove la pressione tributaria dei comuni è diminuita in modo più consistente è la Lombardia con -40,9%, 11 punti in più rispetto alla media nazionale. In tutte le regioni la variazione è negativa, solo in Sicilia è positiva.
“La Conferenza delle regioni valuterà attentamente la Relazione sulla gestione finanziaria delle regioni relativa agli esercizi 2008-2009 della Corte dei conti, anche perché ad una prima lettura accanto indubbiamente ad alcune criticità, mi pare esistano elementi e numeri che rafforzano le argomentazioni che le Regioni hanno utilizzato nel confronto con il governo in occasione del varo della Manovra Finanziaria”, ha dichiarato il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani. “Le regioni – ha aggiunto – sono impegnate in un percorso di autoriforma e sostengono la necessità di riqualificare la spesa pubblica anche in quei settori, come la sanità, dove è più difficile raggiungere l’obbiettivo di coniugare efficienza e razionalizzazione con l’effettiva erogazione e qualità dei servizi. Per il momento voglio richiamare l’attenzione su tre passaggi fondamentali della Relazione che possono costituire la base per continuare il confronto con l’esecutivo”. “Il contributo all’indebitamento registra risultati assai differenti fra i diversi livelli di governo come da noi sostenuto in questi mesi – ha continuato – il disavanzo dello Stato è quasi raddoppiato salendo da 41,8 a 73,1 miliardi, di contro il risultato delle amministrazione regionali vede una riduzione dell’indebitamento netto dallo 0,3% del 2008 allo 0,15% del 2009”. “Il taglio ai trasferimenti alle regioni – ha detto – previsto dalla manovra assume contorni ancor più gravi visto che si inserisce, come sottolinea la stessa magistratura contabile, nell’ambito di un progressivo decremento delle risorse assegnate per l’esercizio delle competenze attribuite alle regioni dalla legge Bassanini: ‘nel loro ammontare complessivo, scrive ancora la Corte, mostrano, se confrontate con l’esercizio 2007 una contrazione passando da circa 4,5 miliardi di euro a 3,7 miliardi di euro’. La stessa Corte dei conti sottolinea che tali trasferimenti, come hanno sempre sostenuto le Regioni, finanziano settori fondamentali per la vita dei cittadini: ‘il 75% delle erogazioni complessive per trasferimenti va, anche per l’esercizio 2009, solo a quattro comparti: trasporto pubblico locale, edilizia pubblica residenziale, incentivi alle imprese e viabilità”. “Infine – ha concluso – sembra smitizzato il luogo comune relativo al personale delle regioni: la Corte dei conti certifica infatti che si è passati da un totale di 65.651 unità nel 2006 a 63.715 nel 2007 ed a 62.996 nel 2008. È auspicabile, quindi, che anche l’analisi della Magistratura Contabile possa fornire una base per i successivi confronti che le regioni intendono continuare ad avere con il Governo per cambiare una Manovra che come abbiamo più volte ribadito è iniqua e insostenibile”.

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