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Crediti statali, via ai pagamenti . Ma se l’«anticipo» ci mette lo zampino

La cifra fa venire letteralmente i brividi: 68 miliardi di euro sono più o meno il 4 per cento del Prodotto interno lordo italiano. Ma che la pubblica amministrazione sia tenuta a pagare i propri debiti in tempi certi è un fatto di civiltà, come ci siamo sentiti spesso ripetere in queste settimane. Anche per questo la decisione di chiudere una volta per tutte la partita degli impegni arretrati, con l’applicazione di sanzioni per gli enti inadempienti e la promessa che nessuna impresa sarà in futuro costretta ad attendere mesi (se non anni) per incassare il dovuto, non può che essere benvenuta. E questo nonostante i problemi ancora da risolvere nei dettagli, come quello relativo ai contratti relativi a spese per investimento, che all’atto del pagamento materiale potrebbero rischiare di appesantire ancora il debito pubblico. Sappiamo, per esempio, che c’è allarme fra i costruttori, i quali temono che le somme a loro dovute, e i calcoli dell’Ance parlano di una cifra prossima agli 11 miliardi,

finiscano per scivolare in fondo all’elenco dei creditori. Ma proprio per le dimensioni ciclopiche della sanatoria c’è un’altra questione sulla quale sarebbe giusto attendersi estrema chiarezza, una volta messe a punto le misure annunciate con tanta enfasi.

Fra i meccanismi studiati per ripagare i debiti c’è infatti il coinvolgimento delle banche. Gli istituti di credito dovrebbero anticipare alle imprese parte delle somme dovute dagli enti pubblici, con la garanzia dello Stato e il paracadute della Cassa depositi e prestiti.

Si tratta di un meccanismo architettato per contribuire a velocizzare al massimo i rimborsi, e già previsto con le norme introdotte l’anno scorso. Naturalmente, però, le banche non svolgono gratuitamente questo servizio. Non potrebbero farlo nemmeno se fossero pubbliche, come una volta, e non dovessero renderne conto ad azionisti privati.

Del resto, accade già attualmente che gli imprenditori scontino presso le banche i crediti certificati vantati nei confronti delle pubbliche amministrazioni. E lo sconto ha per loro un prezzo ben definito.

Quale sarà, in questo caso, il prezzo delle anticipazioni bancarie? E questo verrà pagato in qualche forma dallo Stato, oppure graverà sempre sulle imprese che oltre ad aver dovuto aspettare tempi biblici per vedere i loro soldi saranno costrette a subire ulteriori oneri? In questo modo, gli unici ad aver fatto davvero un affare con questa operazione sarebbero i banchieri che si vedrebbero rimborsare integralmente dal debitore pubblico e dagli enti locali le anticipazioni concesse (con o senza interessi?) ai creditori delle amministrazioni, mentre questi ultimi ne sopporterebbero l’ovvio costo finanziario. Con l’aria che tira, sempre meglio che non incassare affatto, si potrebbe dire. E poi non ha sempre funzionato così?

Tuttavia questa è una situazione del tutto particolare e certamente delicata per diversi aspetti: non escluso quello politico. Per far capire il clima è sufficiente ricordare come non più tardi di qualche settimana fa le banche siano state investite da furiose polemiche a causa del provvedimento che ha consentito loro di rivalutare le quote di Banca d’Italia in portafoglio. I grillini hanno accusato il governo di Enrico Letta di avergli fatto così un regalo da 7 miliardi e mezzo. In questo periodo i nostri istituti di credito, complice la depressione economica più spaventosa dell’ultimo secolo, non se la passano particolarmente bene. E di sicuro l’Italia non si può permettere oggi che le difficoltà di un settore bancario già abbastanza provato si aggravino ancora. Ma è altrettanto certo che pure le imprese, ancora più provate, hanno finito i salvagenti.

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