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Costruzioni, la p.a. deve 15 miliardi

Basta. Quarantaquattro miliardi il debito dello stato verso il complesso delle imprese, 15 miliardi soltanto nei confronti delle imprese di costruzioni. Debiti che hanno un importo da manovra finanziaria. Basta. Come si fa a continuare a tenere i cantieri aperti quando le amministrazioni pubbliche continuano a pagare in ritardo, quasi la metà delle stazioni appaltanti salda le fatture dopo oltre sei mesi, il 35% impiega un tempo ancora più lungo, oltre un anno e mezzo per liquidare imprese e fornitori, con situazioni pesanti, come a Napoli, dove per incassare il dovuto bisogna attendere, in media, anche fino a due anni. Basta. Il governo è convinto, a parole, della necessità di investire sulle infrastrutture e le opere pubbliche, perché, è il ritornello, sono un volano di rilancio dell’economia, nei fatti, invece, la scure dei tagli si abbatte sulle risorse pubbliche destinate alle opere pubbliche e il Cipe impiega tempi lunghi per evadere le delibere di spesa. Ma le risorse ci sono o non ci sono? Basta giocare a rimpiattino con le risorse che, mentre vengono annunciate sulla carta, poi alla resa dei conti delle delibere Cipe non ci sono. Basta. Basta. L’industria delle costruzioni ha deciso che non è sufficiente il pressing che da mesi sta attuando per portare a casa risorse per le opere pubbliche e provvedimenti normativi meno penalizzanti per i cantieri, come l’ultimo, quello sulla tracciabilità degli appalti per le opere pubbliche, che ha gettato il settore nel caos con il blocco dei cantieri per la mancanza delle linee guida applicative. In mancanza della moratoria richiesta, il comparto, che secondo i dati di Federcostruzioni dà lavoro a 3 milioni di occupati, ora aspetta con ansia il decreto del consiglio dei ministri per il chiarimento delle norme applicative. La situazione è così grave che, se va avanti così, il 2011 sarà ancora peggiore di questo 2010, che, secondo quanto ha dichiarato il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, sarà da archiviare come il peggiore dall’inizio dela crisi e che ha visto la perdita di centinaia di imprese e di 200 mila occupati. Una débacle. Così, ieri, nella sede romana di via Guattani, la Consulta di tutti i presidenti delle associazioni territoriali del sistema Ance, al completo, si è riunita per decidere il da farsi. Sulla carta, tutto sarebbe possibile, Di fronte ai ritardati pagamenti della pubblica amministrazione, nei casi più gravi si potrebbe prevedere che Cassa depositi e prestiti e Sace anticipassero fondi, ma poi alla resa dei conti niente si muove sul piano pratico. Così, ai costruttori dell’Ance è sembrato inevitabile imboccare la via, annunciata da tempo, di trovarsi a organizzare a novembre una grande manifestazione in piazza: quegli stati generali delle costruzioni, con ministri invitati, che dagli autitorium si trasferiranno in piazza per far vedere a tutti la reale situazione di crisi del settore. «Perchè il governo ci fornisca le risposte che da tempo andiamo chiedendo, dalla semplificazione normativa, ai pagamenti, allo stop ai massimi ribassi», ha specificato Buzzetti, «Basta. Ora abbiamo proclamato lo stato di agitazione». «Visti finora gli scarsi risultati ottenuti, nonostante stia proseguendo un dialogo intenso e si succedano settimanalmente incontri tecnici e politici con tutti i rappresentanti del governo e delle forze politiche», si legge in una nota, «la Consulta ha dato mandato al presidente di avviare una serie crescente di iniziative di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e delle istituzioni che vedrà tra le tappe salienti, in assenza di risposte concrete, anche una manifestazione di protesta nazionale da convocare insieme agli Stati Generali della categoria imprese della filiera e sindacati».

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