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Costi standard, solo otto regioni in ordine

Le regioni iniziano a fare i conti con gli scenari del federalismo: se tutte le regioni italiane, oggi, dovessero adeguarsi ai parametri di spesa e di qualità dei servizi sanitari offerti delle 5 regioni più virtuose individuate dal decreto sui costi standard sanitari, passerebbero l’esame in otto, vale a dire Lombardia, Veneto, Umbria, Toscana, Emilia-Romagna, Molise, Marche e Liguria. Queste regioni potrebbero assicurare standard qualitativi in linea con quelli delle cinque amministrazioni benchmark senza dover incrementare l’attuale spesa per la sanità. I dati sono stati elaborati dagli economisti sanitari Fabio Pammolli e Nicola Salerno del CeRM e resi noti ieri a Milano al Convegno “La persona fragile: scenari e modelli di cura e assistenza” organizzato da FIASO (la Federazione Italiana di Asl e Ospedali) e AGeSPI (la neonata Associazione Gestori Sociosanitari e cure Post Intensive).
Lo studio conferma che ad arrancare sono soprattutto le regioni del Sud, che registrano standard di qualità inferiori a quelli delle regioni benchmark e costi comunque più elevati. Spiccano i casi della Campania con 1.594 milioni di sovraspesa e un deficit di qualità di circa il 42% rispetto agli standard qualitativi delle regioni più virtuose. Seguono la Calabria con 302 milioni ma ben il 52% di deficit qualitativo, la Puglia (735 milioni e 44%), la Sicilia (535 milioni e 42%) la Sardegna (261 milioni e 38%), mentre Basilicata e Abruzzo pur essendo sostanzialmente in linea a livello di spesa registrano deficit qualitativi rispettivamente del 38 e del 33%. Bene Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria che non dovrebbero operare correzioni di spesa per mantenere gli attuali standard qualitativi che sono già oggi sostanzialmente in linea con quelli delle 5 regioni benchmark. Le migliori performance sono comunque quelle delle Marche, che pur avendo livelli di qualità leggermente superiori a quelli delle regioni più virtuose, potrebbero persino spendere qualcosa in più per la sanità pur rimanendo in linea con i costi delle regioni benchmark. Malino invece la Liguria (303 milioni di spesa in eccesso a fronte di una qualità inferiore del 17% a quella delle regioni virtuose) e ancor meno bene il Lazio, che per allinearsi agli standard di spesa e di qualità dovrebbe tirare la cinghia per 429 milioni pur sapendo di dover recuperare un deficit qualitativo del 39%.
Per quanto riguarda invece il decreto sui fabbisogni standard dei comuni, l’Associazione nazionale dei comuni italiani ha speso ieri parole di apprezzamento per le modificazioni chieste dal Parlamento e recepite nel testo finale del decreto legislativo che avvia il superamento del criterio della spesa storica. Per Salvatore Cherchi, Responsabile finanza locale Anci, “è data maggiore enfasi agli obiettivi di servizio cui le amministrazioni locali devono convergere, e questo dovrebbe aiutare il miglioramento qualitativo dei servizi offerti al cittadino. È stato poi rafforzato il criterio di determinazione del fabbisogno standard che da’ rilievo alle caratteristiche individuali dei singoli comuni e province e alle condizioni di contesto nelle quali operano”. Nel sottolineare che “i risparmi fra spesa teorica, corrispondente al fabbisogno, e quella effettiva, restano ora nella disponibilità dell’ente che li ha ottenuti”, Cherchi rileva che “resta invece ancora indefinita la destinazione degli eventuali risparmi fra spesa storica e spesa determinata con i nuovi criteri: ed Anci chiede che restino al comparto degli Enti locali”. Nel testo finale “esce poi rafforzato il ruolo del Parlamento, che dovrà ora esprimersi con un parere sul d.P.C.M. contenente il metodo di calcolo dei fabbisogni e il fabbisogno di ciascun Comune e Provincia; nel testo originario nessun ruolo era stato attribuito al Parlamento nella fase cruciale e conclusiva di un procedimento che ha un notevole contenuto politico”. Cherchi ricorda che il decreto sui fabbisogni non si applica agli enti locali delle regioni e delle province autonome per rispetto dei loro statuti costituzionali. “Tuttavia – afferma – attraverso la procedura propria e cioè con norma di attuazione degli Statuti, è bene che anche gli Enti locali di questi territori si misurino con gli obiettivi di servizio e con criteri di spesa ancorati all’efficienza: l’eventuale surplus di risorse potrebbe infatti essere usato per dare i servizi oggi carenti e colmare i divari infrastrutturali”. “Il testo – conclude Cherchi – vede infine confermato il ruolo di Anci-Ifel nel procedimento di determinazione dei fabbisogni. Si tratta non solo di un riconoscimento del valore della nostra fondazione scientifica, ma anche di una garanzia per tutti gli enti locali italiani”.
Da ricordare intanto che oggi alle ore 14,30, presso la Sala del Mappamondo, la Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale e la Commissione bilancio e tesoro svolgeranno l’audizione di rappresentanti del Dipartimento delle finanze del Ministero dell’economia e delle finanze nell’ambito dell’esame dello schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di federalismo fiscale municipale.

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