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Corte conti: rischio tasse con il federalismo

Col federalismo fiscale regionale c’è il rischio di «aumenti della pressione fiscale complessiva anche nel corso della fase transitoria». Mentre i livelli essenziali delle prestazioni sociali (per assistenza, scuola, trasporti) vanno adeguatamente calcolati e finanziati, in un futuro disegno fiscale che appare troppo complesso e poco lineare. Ieri è stata la Corte dei conti, in audizione davanti alla bicamerale, a sollevare dubbi e preoccupazioni su fisco regionale e costi standard sanitari.
Dubbi, quelli elencati dal presidente Luigi Giampaolino, che si affiancano all’apprezzamento quanto meno della volontà, col federalismo, di voltare pagina nell’erogazione dei servizi pubblici. Per costringere sempre più le autonomie a fare la loro parte nel risanamento dei conti pubblici. Sebbene, ha aggiunto Giampaolino, nello schema di decreto sul federalismo regionale preoccupa «la definizione di un quadro di finanziamento che tende a cristallizzare i fabbisogni finanziari su livelli non sempre coerenti con la necessità di contenimento della spesa». Proprio mentre il patto di stabilità interno si sta rivelando inadeguato a garantire «la necessaria flessibilità e tempestività di intervento». Come dire: c’è ancora di più e di meglio da fare per mettere il bavaglio alla spesa locale. Magari anche prevedendo che nella revisione del sistema di finanziamento cambi quello che già la legge delega ha rinunciato a fare: valutare l’intero universo delle regioni, anche quelle speciali e le province autonome.
A far riflettere il parlamento – sostiene la Corte, cui il presidente della bicamerale Enrico La Loggia pensa di assegnare un ruolo di guardiano dei costi standard sanitari – dev’essere anzitutto la complessità del sistema delineato dal decreto. Con un «sovraccarico di funzioni» assegnato all’Irpef che rischia di creare «contraddizioni e incoerenze», ma anche con la moltiplicazione del ricorso «a fondi di riequilibrio che si intrecciano con quelli perequativi». Mentre il ricorso a compartecipazioni a addizionali all’Irpef imporrà «una continua revisione delle aliquote destinate al finanziamento delle realtà locali», che già oggi si comportano in maniera diversificata.
Sotto questo aspetto, la Corte mette in dubbio la coerenza stessa del sistema fiscale proposto. Come nel caso dei vincoli all’autonomia tributaria col blocco dell’aumento delle addizionali Irpef per alcune categorie di contribuenti, voluta per contenere l’aumento della pressione fiscale: da una parte sarà un’operazione «difficile», dall’altra limitare la flessibilità del prelievo ai soli redditi medio-alti finirebbe per incentivare lo sforzo fiscale solo nelle regioni più ricche sterilizzandola però in quelle più povere, più anziane e con più lavoratori dipendenti. Al sud, insomma, l’operazione fallirebbe.
Lo stesso obiettivo di non aumentare la pressione fiscale rischia di restare un miraggio. Tutta colpa della soppressione – richiesta dagli stessi governatori per rafforzare la propria autonomia tributaria – che impediva l’aumento della pressione fiscale a carico del contribuente: se non si cambia strada il pericolo sarà piuttosto di «indebolire l’obiettivo di non produrre aumenti della pressione fiscale complessiva anche nel corso della fase transitoria» verso il federalismo compiuto.
Infine la spesa sanitaria, il vero nervo scoperto delle regioni. Con un capitolo a parte per i criteri di riparto della spesa: il metodo seguito per la definizione dei costi standard – col criterio dell’età della popolazione – non inciderebbe direttamente sul riparto dei fabbisogni sanitari. Ma ci sarebbero effetti «anche rilevanti» se si applicassero altri «criteri di pesatura». Magari quelli legati alle situazioni di svantaggio socio-economico, la deprivazione reclamata dal sud, ma eventualmente quando si avranno dati più aggiornati.

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