Questo articolo è stato letto 0 volte

Corsa contro il tempo per l’abolizione delle Province

L’ora della verità è arrivata. Dopo un rinvio e un lungo iter in commissione il disegno di legge per l’abolizione delle Province arriva in aula alla Camera. È il terzo tentativo in pochi anni: ci provarono già i governi Berlusconi e Monti e s’è visto come è andata a finire. Prima scoppiò il caso delle Province di confine (tutte al Nord) che la Lega impose di salvare dalla mannaia, mentre Monti dovette fare i conti con la rivalità fra campanili. Quando uscì la nuova mappa dei confini e si seppe che Pisa e Livorno avrebbero dovuto condividere l’istituzione il Vernacoliere sentenziò: «I pisani restano pisani». Insomma, dopo tanto rimestare il nuovo governo è finalmente giunto alla conclusione che solo abolendole tutte insieme si può sperare di arrivare in fondo al guado. Il ministro delle Regioni Delrio ne ha fatto un punto d’onore. Del resto, a forza di discuterne il tema ha superato i confini ed è diventato oggetto di raccomandazioni del Fondo monetario internazionale e della Commissione europea. Il governo si è dato l’obiettivo di chiudere la discussione entro la fine di gennaio. E però – potenza del complicato funzionamento della macchina dello Stato – non si tratterà comunque della abolizione vera e propria: per quella ci vorrà un disegno di legge costituzionale ancora ai blocchi di partenza. Per il momento – se l’iter andrà avanti – la riforma riduce le loro funzioni, le rende enti di «area vasta» (così dice il gergo tecnico) con funzioni di coordinamento. I consiglieri provinciali non verrano più eletti più direttamente dai cittadini, ma fra i Comuni stessi. Raggiungere un testo condiviso in commissione è stata una fatica di Sisifo. Cambia qui, ritocca di là, ogni partito aveva ottime ragioni per chiedere questa o quella modifica. Il sospetto di Delrio è che fra Pd e Pdl ci sia chi cerchi di spostare più in là il voto finale, almeno fino al rinnovo delle 54 amministrazioni previsto per la prossima primavera. Così il ministro ha ottenuto un emendamento alla legge di Stabilità che allunga la vita ai consigli in scadenza fino al 30 giugno, nella speranza nel frattempo di approvare almeno il disegno di legge ordinario. E poco importa se il presidente dell’Unione delle Province, il torinese Antonio Saitta, ha definito «senza fondamento giuridico» la decisione del governo. Chi ha approfondito la materia non ha dubbi: quale che sia l’utilità di un organo che coordini alcune funzioni dei Comuni, le Province così concepite sono un inutile spreco di denaro. Uno studio appena pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni calcola che la loro abolizione – se accompagnata dalla riduzione delle Prefetture – può valere da 1,3 fino a due miliardi di risparmi. Con un ma: agli esperti di Ibl non è sfuggito il dettaglio dell’aumento del numero delle cosiddette «città metropolitane», gli enti che dovrebbero rimanere in vita nelle grandi aree urbane. Erano dieci, sono diventate quindici. Dieci sono quelle decretate dal Parlamento, le altre cinque sono quelle assegnate alle Regioni a Statuto speciale. La sola Sicilia ne vuole tre: Palermo, Catania e Messina. C’è Reggio Calabria, con un territorio provinciale che è la metà di quello di Cuneo. E c’è Trieste che, per quanto importante, raccoglie attorno a sé sei Comuni, non propriamente un’area metropolitana. «Se non chiudiamo l’iter di approvazione della legge entro la fine dell’anno si rischia di ripartire di nuovo da zero», ammette Delrio. Il conto alla rovescia è iniziato.

Continua a leggere su: La Stampa

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>