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Conto alla rovescia per il federalismo. Gli equilibri in bicamerale e le figure-chiave del braccio di ferro

Ancora 48 ore. Tante ne restavano 20 anni fa a Eddie Murphy e Nick Nolte per concludere sullo schermo la loro missione; altrettante ne ha ora la Lega per trattare sul fisco municipale e scongiurare la bocciatura in bicamerale sul quarto decreto attuativo del federalismo. Un evento che potrebbe provocare in un colpo solo l’addio alla riforma e la chiusura anticipata della legislatura. Da qui l’intenzione di Roberto Calderoli di tentarle tutte tra oggi e domani per convincere uno o più esponenti dell’opposizione a optare per il sì giovedì. O almeno astenersi. Dopodiché a tirare le somme saranno Umberto Bossi e il premier Silvio Berlusconi che si vedranno a votazione conclusa.

Il compito del Carroccio non è facile. Dopo Pd e terzo polo anche l’Idv ha scelto il no. Ad Antonio Di Pietro, che stamani avrebbe dovuto incontrare Calderoli per confrontarsi sulla «bozza» concordata la settimana scorsa con l’Anci, non è piaciuto l’ultimatum «federalismo o elezioni» lanciato dal titolare del Viminale, Roberto Maroni, in un’intervista al Corriere della sera. «A questo punto – ha spiegato Di Pietro – anche per noi diventa una questione politica pregiudiziale e voteremo no perché la caduta del governo Berlusconi è l’obiettivo più importante».

La risposta del ministro della Semplificazione non si è fatta attendere. «Le riforme come quella del federalismo fiscale – ha dichiarato Calderoli al termine di un vertice con Umberto Bossi a via Bellerio – nascono per durare negli anni e vanno al di là dei governi o delle maggioranze politiche del momento». Una correzione di rotta rispetto alle parole di Maroni ma anche una nuova apertura all’opposizione. «Confrontiamoci tutti – ha aggiunto Calderoli – maggioranza e opposizioni, sul merito di una riforma che potrà essere epocale, lasciamo perdere improvvidi diktat e collocazioni di schieramento politico, non legandola alla durata della legislatura».

Parole a cui potrebbero seguire aperture di merito per superare il 15 a 15 di partenza riassunto nello schema sottostante. A lasciarlo intendere è stato il relatore di maggioranza sul decreto, Enrico La Loggia (Pdl). «Non escludo – ha raccontato a margine di un convegno a Montecitorio su “ambiente territorio e demanio nell’attuazione del federalismo” – di presentare qualche emendamento» ben visto dalla minoranza. Del resto, ha proseguito, «ne sono già state accolte molte, perché non dovrebbero esserne recepite altre importanti per loro se sono migliorative del testo?».

Quali modifiche non è dato ancora saperlo. Potrebbero essere rese note oggi, durante la discussione generale sui 65 emendamenti depositati venerdì, o domani, quando l’esecutivo dovrà esprimere il proprio parere sulle proposte di modifica. Nonostante il niet ribadito ieri dal segretario Pier Luigi Bersani, l’impressione è che l’interlocutore privilegiato di Calderoli resti il Pd. Memore forse della collaborazione ottenuta sia ai tempi della legge delega sia sui primi tre decreti attuativi. L’oggetto del confronto potrebbe essere la perequazione visti i rilievi mossi dai democratici tanto sul funzionamento del fondo di riequilibrio che opererà fino al 2013 quanto su quello perequativo che arriverà nel 2014. Almeno con loro il tempo per trattare c’è visto che l’ultima parola sul decreto i democrat la pronunceranno domani.

Passando agli equilibri in commissione lo scenario più plausibile continua a essere il pareggio. E non si spiegherebbe altrimenti la querelle interpretativa sulle sue conseguenze. Per il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, «c’è un percorso che comunque consente al federalismo di andare avanti in parlamento al di là del possibile risultato di parità». Che vuol dire avvalersi della procedura contenuta nella legge 42 per il parere contrario: presentarsi alle Camere con una comunicazione scritta, se serve votarla e tornare dopo 30 giorni in consiglio dei ministri per il varo definitivo del decreto. Di diverso avviso La Loggia secondo cui ci troveremmo dinanzi a un parere «non espresso». E dunque il ritorno a Palazzo Chigi potrebbe avvenire subito e senza aggravi procedurali. La parola finale spetterà ai presidenti dei due rami del parlamento a cui è stato chiesto un parere “pro veritate”: la risposta la rivelerà lo stesso relatore. Probabilmente giovedì, a pareggio ottenuto.

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