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Cinque miliardi di opere bloccate

Chiuso a chiave nella cassaforte di Comuni e Province c’è un tesoretto di cinque miliardi, disponibile solo in teoria per altrettante opere pubbliche.

Di fatto quei cinque miliardi (un miliardo solo in Lombardia) restano congelati, bloccati dai vincoli del Patto di stabilità interno.

E consola poco apprendere dal monitoraggio costante dell’Ance che questa montagna di risorse è andata leggermente diminuendo nel corso dell’anno: a luglio, in base alle prime analisi dei costruttori, ammontava a 5,3 miliardi (si veda Il Sole 24 Ore dell’11 luglio). Oggi, a sette mesi di distanza dall’allentamento del Patto di stabilità interno avviato con il decreto sblocca-debiti, sono 4,9 i miliardi fermi nelle casse degli enti locali(- 7,5%).

È sempre l’associazione dei costruttori che ha aggiornato i dati, servendosi delle certificazioni fornite dai segretari generali alle Regioni ai fini del patto regionale verticale. E ha sollevato il «caso» nell’audizione sulla Legge di stabilità tenutasi la scorsa settimana al Senato.

La Regione più ricca è la Lombardia, che da sola ha in cassa il 20% del gruzzolo (si veda la cartina a fianco). Un primato negativo che di fatto si traduce in una paralisi degli investimenti e delle nuove opere pubbliche. A pesare in questo primo posto c’è, da un lato, il fatto che i Comuni lombardi si sono dimostrati virtuosi nell’uso delle risorse pubbliche e «fedeli» al Patto, ma in parte anche il semplice dato, geografico e politico, della numerosità degli enti locali presenti in Regione che fa da moltiplicatore del blocco.

Uno degli aspetti più singolari nella ripartizione regionale dei fondi bloccati è l’insolita vicinanza tra il Nord e il Sud. È vero infatti che le otto Regioni del Nord da sole hanno accumulato nel forziere 2,415 miliardi (il 48% del totale), ma anche il Sud, insieme con le Isole, ha accumulato 1,547 miliardi (il 31,2% del totale), a parziale smentita del luogo comune che vuole gli enti locali meridionali sempre in strutturale deficit finanziario. Resta il fatto che da nord a sud Comuni e Province potrebbero riversare subito sul territorio queste risorse, creando occupazione e sviluppo. Innanzitutto contribuendo a saldare la mole di pagamenti arretrati, ma subito dopo anche programmando nuove opere pubbliche. «Non c’è più tempo da perdere – commenta il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti – dobbiamo assolutamente allentare i vincoli del Patto interno e istituire una sorta di golden rule, di corsia preferenziale per le opere più urgenti».

Manutenzione delle strade, edilizia scolastica, lavori anti-dissesto idrogeologico: sono queste le classiche opere gestite dagli enti locali che potrebbero essere avviate.

Una golden rule per «interventi diretti su edilizia scolastica, contrasto al dissesto idrogeologico e manutenzione strade» l’ha chiesta anche l’Upi, l’Unione delle Province sempre in sede di audizione sulla Legge di stabilità.

Sia gli operatori che le pubbliche amministrazioni sono delusi dal timido sforzo incluso nella Legge di stabilità per l’anno prossimo. Con una mano il Governo ha allentato le maglie per un miliardo (ma solo per il 2014), con l’altra però ha irrigidito per il triennio 2014-2016 i vincoli per le Regioni. «Il risultato è che le due misure di fatto si annullano» commenta ancora Buzzetti.

Non solo: come fanno notare i sindaci dell’Anci questa flessibilità concessa solo per un anno, di fatto, non farà partire nuove opere. «Per riavviare l’edilizia – hanno precisato in commissione i rappresentanti deli Comuni – sono necessarie misure strutturali, che consentano di tornare a programmare opere pubbliche».

Per l’Anci «almeno cinque anni, questo è il periodo medio di progettazione e realizzazione di un’opera pubblica».

Intanto i segnali che arrivano ai costruttori in questo periodo non lasciano spazio a nessuna, timida, ripresa.

Sintetizza Buzzetti: «Non siamo ancora al blocco dei cantieri, ma registriamo un pericoloso aumento dei ritardi nei pagamenti, ormai siamo a una media di sei mesi e oltre». E conclude: «Per il mercato immobiliare, dopo piccoli segnali di risveglio, da settimane è tutto di nuovo fermo, per paura delle nuove tasse sulla casa».

Continua a leggere su: Il Sole 24 Ore

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