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Chi pagherà il federalismo

L’unità d’Italia è lesionata. La prima profonda crepa è stata inferta dalla modifica del Titolo V della Costituzione, votata dalle sinistre a maggioranza il 1° marzo 2001. Le successive fratture sono state un portato dei decreti delegati sul federalismo, il primo dei quali andrà in votazione definitiva martedì alla Camera. È il meno dannoso, anzi può rappresentare l’aspetto più positivo di tutto il processo, poiché si riferisce ai Comuni. E non sarà mai l’autonomia della nostra più antica forma di governo del popolo a costituire una minaccia alla coesione degli italiani. Piuttosto c’è da dire che di autonomia, in questa parte del federalismo, ce n’è troppo poca. Prima di inoltrarsi in un tentativo di spiegazione globale sarà bene ricordare che il federalismo italiano non nasce da un vasto movimento nazionale ma da uno strumentalismo politico di cortissima veduta, vagheggiato per accaparrarsi l’ alleanza con la Lega, sia dalle sinistre che da An (per interposto Berlusconi), partiti di orientamento antitetico ma ambedue radicati, fino a ieri, nei valori della storia patria, anche se vissuta su sponde opposte. Per il centro sinistra ciò ha comportato lo stravolgimento del contenuto più attuale e vivo dell’unità nazionale e, cioè, l’unità di un Welfare eguale per tutti i cittadini, dalle Alpi alla Sicilia. Ed è questo di cui oggi soprattutto si discute, con un impegno lodevole da parte del Pd di salvare il salvabile in sede legislativa. Debbo premettere che la materia è ostica. Il gran pasticcio del cosiddetto federalismo fiscale è infatti di assai impervia decifrazione tecnica, tuttavia destinato ad incidere sulle tasche dei cittadini e a mutare, sia pure in misura non certo rivoluzionaria ?come vorrebbe far credere la Lega? i sistemi di finanziamento dallo Stato alle Regioni e agli enti locali (Comuni e Province). Welfare, salute, assistenza, scuola, rifiuti, trasporti locali costituiscono la materia del contendere. Proverò a semplificare e a “tradurre” i testi base. L’argomento è diviso in tre capitoli fondamentali, attraverso i decreti delegati che la commissione bilaterale (15 deputati e 15 senatori) esamina, modifica e trasmette al Parlamento. Il primo, riguardante i Comuni, è incappato, dopo il voto pari (grazie al finiano Baldassarri), nel veto costituzionale del presidente della Repubblica ed ora il testo torna a Montecitorio dove la sinistra, malgrado abbia collaborato e viste accolte varie modifiche, voterà contro a causa dell’ostilità della maggioranza su alcuni punti qualificanti come l’assenza di un fondo perequativo che supporti i Comuni svantaggiati (non solo quelli del Sud, ma i piccoli nei confronti dei grandi, quelli montani o privi di attrattive turistiche nei confronti di quelli che ne hanno, ecc.) In secondo luogo manca ogni base per una vera autonomia fiscale, in quanto il governo, abolita l’Ici sulla prima casa, rifiuta l’introduzione di un altro tipo d’imposta comunale sull’abitazione quale esiste in quasi tutti i paesi del mondo, in genere in base ai mq. Viene, invece, sbloccata la possibilità di introdurre una addizionale sull’Irpef (pagata all’80% dai lavoratori dipendenti e dai pensionati) e introduce, al posto della vecchia Ici, una imposta municipale (Imu) sugli immobili ad uso economico (artigiani e imprese). Nel complesso traspare una aspirazione a salvaguardare la rendita e a penalizzare il lavoro. Il secondo capitolo, attualmente in discussione nella Bicamerale, si occupa delle Regioni e della Sanità. Qui ci inoltriamo nella parte più ostica, che tenteremo di rendere comprensibile con qualche esempio pratico. Al centro vi è l’introduzione del “costo standard” a cui le Regioni e gli enti dovrebbero attenersi per ogni servizio prestato. L’osservanza dello “standard” è condizione indispensabile per ottenere il rimborso proveniente dal trasferimento di un apposito fondo dallo Stato alle Regioni o enti. Il costo standard dovrebbe rispettare i criteri di efficienza, qualità e appropriatezza del servizio. Parole che attengono alla razionalità, ma non sempre ciò che è razionale è reale. Inoltre manca una parola fondamentale, almeno come aspirazione costituzionale, la parola eguaglianza (ad esempio eguaglianza per quanto riguarda il diritto alla salute). Si dirà che oggi questa eguaglianza è puramente formale e che, comunque, essere curati a Padova è ben diverso che esserlo a Caltanissetta. Del resto per limitare questa ingiusta, ma difficilmente evitabile, differenza si sono introdotti i Lea (Livelli essenziali di assistenza) e i Lep (Livelli essenziali di prestazione). Ma anche questi livelli, che dovrebbero rappresentare il nucleo indispensabile per l’ eguaglianza di ogni italiano in termini di salute e di Welfare, sono ben lungi dal soddisfare principi paritari, neppure in termini tendenziali o come impegno programmatico, almeno per il prossimo decennio. Facciamo l’esempio degli asili nido. Il costo medio annuo per ogni bambino varia da 4000 a 13.000 euro l’anno, con oscillazioni che vedono Torino a 8000 euro e Roma a 12.000. Poiché il contratto delle maestre d’asilo è lo stesso in tutta Italia e i bambini non presentano differenze tra loro che giustifichino salti di costo tanto eccessivi, si potrebbe convenire come costo standard quello di Torino e adeguarsi a questo con misure di efficienza e razionalizzazione; poi, se vivessimo in un mondo perfetto, fissato uno standard, chi seguitasse a spendere di più dovrebbe colmare la differenza con imposte locali ma resterebbe, pur sempre, la difficoltà di garantire i Lep alle regioni meridionali (nel Sud il 10% dei bambini va all’asilo nido, a Reggio Emilia il 40%). La risposta ancora non c’è e dovrebbe risultare dal terzo capitolo dei decreti delegati, non ancora discusso, che riguarda, appunto, il Mezzogiorno. Si può però, prevedere, che, essendosi sempre più affievolito il valore della solidarietà nazionale, i costi standard da sovvenzionare per i Lea e i Lep nel Sud tenderanno ad esser fissati su parametri ben lontani da quelli raggiungibili con mezzi propri. Già quest’anno, sotto la sferza dei conti pubblici, Tremonti ha operato un taglio di 12 miliardi delle varie spese del Welfare per cui la discussione sui futuri riparti e sui costi standard partirà da un ammontare già inadeguato. Ad esempio il fondo sanitario nazionale ammonterà quest’anno a 106 miliardi anche se certe previsioni di spesa ipotizzano una necessità di 140 miliardi. Per concludere quella che si sta svolgendo e che si intensificherà, se la legislatura non verrà interrotta, più che una battaglia sul federalismo consisterà in uno scontro sulle spartizioni dei fondi e in polemiche tra i campioni dell’efficienza e dei tagli e i difensori della qualità del sostegno al Mezzogiorno. Le cui Regioni oggi partono ancor più svantaggiate che per il passato, come si è visto, verificando i criteri di riparto per la sanità, basati su un voto ponderato tra numero degli abitanti e livello di età (la spesa è più alta per gli anziani). Da questo calcolo è venuto fuori per gli ultimi 13 anni che se la ponderazione si fosse limitata alla pura demografia, il Sud avrebbe già perso 4 miliardi di euro. Il rapido calo di popolazione, rispetto al Nord, lascia prevedere che il Mezzogiorno, oltre ai suoi irrisolti guai, stia, infatti, entrando in un ciclo depressivo malthusiano. Per contrastarlo il centro sinistra vorrebbe introdurre nella definizione delle prestazioni (Lea e Lep) un indice di “deprivazione sociale” . Non sarà però facile con la spesa pubblica ai limiti della tollerabilità.

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