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Chi dice multa ormai dice tassa

Il brutto primato spetta a Palermo, con un rapporto del 32% tra multe e imposte locali: significa che per ogni 100 euro incassati come Ici o tassa rifiuti, il Comune di Palermo guidato dal sindaco Diego Cammarata ne incassa 32 di multe. Ma anche a Caserta non scherzano, con un rapporto del 30, e Napoli tiene testa, con un rapporto del 21%; il Nord si difende assai bene a Bolzano (21)e Udine (16) ma non solo, un po’ ovunque: parliamo dell’uso delle multe stradali come «tassa surrettizia» che molti enti locali fanno spregiudicatamente da tempo e che la maggioranza di governo pareva intenzionata a contrastare. Pareva, ma poi non l’ha fatto. La commissione trasporti della Camera, nel varare l’altro giorno la nuova bozza del Codice della Strada, ha infatti cancellato molte delle norme che erano state proposte da più parti proprio al fine di impedire ai comuni di fare cassa con le infrazioni stradali, per rimpinguare con questa voce di entrata le esangui casse erariali. In particolare, la Commissione ha mantenuto, sì, il punto secondo cui la metà degli introiti deve andare non ai Comuni ma al “proprietario” della strada su cui l’infrazione è stata rilevata e sanzionata, ma alla condizione che queste somme siano reinvestite nella manutenzione stradale degli stessi comuni nel territorio dei quali sono state comminate. Questa clausola fa sì che comunque resti utile, per i comuni, “pompare” al massimo la “tosatura” degli automobilisti conseguibile con lo strumento delle multe, mentre se l’Anas o anche la provincia e la regione (per le strade di competenza) avessero potuto impiegare anche altrove le somme incassate, ai singoli comuni sarebbe servito meno «calcare la mano». È chiaramente una micro-concessione alle richieste leghiste di «federalismo poliziesco», che non serve a molto sul piano politico ma accontenta i parlamentari coinvolti. La situazione resta un po’ fluida, perché i nuovi obblighi sulla destinazione degli introiti diventeranno operativi solo dall’anno successivo all’emanazione di un decreto con cui il ministero delle infrastrutture fisserà le modalità per il controllo (telematico) su come i comuni impiegheranno le somme raccolte sulla strada. Ma l’orientamento politico è preso, il resto è?ordinaria burocrazia. Il pericolo maggiore che i sindaci paventavano, e che sono riusciti a schivare, era quello di perdere del tutto quegli introiti – come chiedevano da più parti dalle file dell’opposizione – proprio per scongiurare l’evidente conflitto d’interessi tra una gestione della sicurezza stradale severa ma obiettiva e una, invece, artificiosamente gonfiata. Ora è chiaro che con le forti ristrettezze di bilancio che quasi tutti i comuni stanno subendo per il «patto di stabilità interno», ogni espediente verrà adottato per arrotondare le entrate. E le storture già mille volte registrate in tante parti d’Italia, e clamorosamente rappresentate dai dati riportati all’inizio, sono destinate a continuare e anzi ad aggravarsi. Gli automobilisti sono avvisati: il pizzardone che li sanzionerà non sarà più un giudice imparziale ma una specie di agente delle tasse in divisa.

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