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C’era una volta l’Italia dei comuni

Intervento di Marco Filippeschi, presidente nazionale di Legautonomie e sindaco di Pisa, all’Assemblea nazionale degli amministratori locali del Pd – 11 marzo 2011 Milano Credo che le elezioni amministrative siano davvero molto importanti, le vinceremo se sapremo convincere. Qualche settimana fa Ilvo Diamanti ha pubblicato un articolo con questo titolo «C’era una volta l’Italia dei comuni e delle regioni» leggo le testualmente le prime quattro righe. «È sorprendente il divario, diciamo pure l’abisso,fra il discorso pubblicoe la realtà nell’Italia dei nostri tempi. Il paese dei comuni, delle cento (mille) città. Al tempo del federalismo, dell’autonomia del Nord, della Padania, del partito del Sud – e, prima di tutto, della Lega Nord. Ebbene: da oltre vent’anni, mai come oggi si è avuta la sensazione del declino della dimensione locale. Dal punto di vista delle risorse e dei poteri». Poi Diamanti elenca le difficoltà concrete dei sindaci, dal taglio dell’Ici (subìto con debolissima resistenza) a tutte le altre angherie centraliste, quelle che stiamo subendo, in tempi di crisi, è vero ma fuori da ogni patto che faccia pesare la parità costituzionale conquistata con la riforma del titolo V e i bisogni delle comunità locali. I tagli di fatto sono unilaterali e unidirezionali. Io credo che dobbiamo dirlo chiaro, l’Italia dei comuni e delle autonomie oggi è un paese fortemente centralizzato, e altamente frammentato dove ognuno corre per conto proprio come può, perché tutto dipende da Roma, ed io penso che non abbiamo avuto la forza o la volontà per dirlo chiaro, e questo è stato un danno, e qui va fatta un autocritica anche nelle associazioni di rappresentanza delle autonomie locali. Roma è oggi anche la capitale della Padania, di questa regione virtuale che ha fatto le fortune della Lega. Il potere della Lega è un potere governativo, centrale, sempre meno territoriale e locale, questa realtà va smascherata, è un punto politico fondamentale, anche per rinascere nel Nord. Anche i partiti sono sempre più di fatto lontani dall’Italia dei comuni, c’è una divaricazione, e questo è grave anche per noi, per chi come il Pd ha nella classe dirigente locale la risorsa forse più importante. I partiti oggi sono personalizzati e centralizzati, dalla Lega al partito di Vendola. La personalizzazione del potere è un ritorno al passato, una regressione storica, se ci pensiamo un poco, la personalizzazione della politica ai livelli più alti, l’affermarsi di una concezione proprietaria e mediatizzata del potere, non corrode inesorabilmente solo la democrazia sconvolgendo l’equilibrio dei poteri. Ha creato, alla base del paese, nelle comunità locali, una micro personalizzazione, fatta di correntismo esasperato, di separatezze, di conflittualità, di lotta all’arma bianca per le preferenze. Stiamo subendo l’una e l’altra deriva, e l’insieme schiaccia e sfigura la tradizione virtuosa e la forza di prospettiva delle autonomie locali, che è la nostra forza. Se si vede qualche piccolo fuoco d’artificio, qua e là, l’insieme è un’implosione. È una tenaglia: tagli, delegittimazione pensiamo alla campagna contro la casta come ci ha investito, al trattamento ricevuto sullo status degli amministratori locali, cosa gravissima, oggi subiremo un taglio sulla nostra indennità di un altro 10%, abbiamo difficoltà a trovare bravi amministratori che possono fare gli amministratori con quello che percepiscono, e poi la crisi della politica. Come meravigliarsi poi se i partiti non riescono a governare la selezione democratica della classe dirigente locale. Perché i casi positivi di Torino e di Bologna non cancellano quello di Napoli o quelli passati sotto silenzio ma non dimenticati che, hanno visto anche le primarie viziate da una partecipazione, richiesta e voluta, di avversari politici organizzati nel voto. Per non dire della situazione del Mezzogiorno. Ma anche i segni simbolici della subalternità e delle corsie preferenziali danno l’idea della frammentazione: dai poliziotti che cadono generosamente a Verona, a confermare l’impegno di un sindaco, mentre altre città soffrono gravissime carenze, a quel sindaco che si fa ricevere nella villa di Berlusconi per chiedere provvedimenti per sé (e come segnale simbolico non c’è male) a Alemanno che chiede e ottiene per sé la tassa di soggiorno (e molto altro che non dico). Sono cattivi esempi, che indeboliscono. Difficile poi, così fare una battaglia autonomista, come serve fare, contro il centralismo asfissiante e l’ingiustizia contro le comunità locali che hanno dato il contributo più grande contro la crisi finanziaria, negli ultimi dieci anni, non ricevendo niente in cambio, neppure come premio per i più virtuosi. Anzi, da Roma a Catania, e come metodo, si premiano paradossalmente i meno virtuosi. Non si premiano i bilanci sani o le pratiche virtuose, si fa il contrario. C’è dunque un primo vero discrimine, che forse attraversa anche il nostro partito. La crisi democratica investe in pieno le autonomie locali: dobbiamo essere intransigenti. Sui principi e sui ruoli guida. In tempi di frattura etica, cavalcare l’onda berlusconiana sulla giustizia come sul governo locale, significa essere battuti in partenza. Io dico, intransigenti e riformisti, nella migliore tradizione che rappresentiamo, che ha radici molto profonde. Riformisti per rispondere alla crisi economica e sociale, con politiche di crescita e di qualità sociale mettendoci a disposizione di progetti, impresa e bisogni. E col coraggio di riformare in profondità l’amministrazione locale con la nuova carta delle autonomie e la pubblica amministrazione. Con coraggio ho detto, le proposte che oggi facciamo sono proposte coraggiose e implicano scelte: autonomisti e dunque federalisti. La riforma federale non sta in piedi senza le due gambe fondamentali: una riforma costituzionale e del parlamento che, superando il bicameralismo paritario, istituisca la camera delle regioni e delle autonomie. E la riforma fiscale. Ma la riforma costituzionale è decisiva, e sappiamo che è anche popolare abbiamo detto: 500 parlamentari che danno la fiducia al governo e che fanno le leggi: è democrazia efficiente, a partire dai rami più alti. Dunque, concludo con quattro proposte: 1. abbiamo bisogno di una iniziativa per spingere la riforma costituzionale, per la camera delle regioni e delle autonomie; 2. raccogliamo la proposta di Errani, convochiamoci, insieme alle regioni, perché si ritrovi la strada giusta del federalismo e si evitino disastri; 3. facciamo nostra con una vera campagna permanente, la lotta contro le penetrazioni della mafia da Sud a Nord; 4. bene la battaglia per le primarie, ma allora facciamole sempre davvero, anche per scegliere i candidati al parlamento e facciamole all’americana, serie, inattaccabili, con l’albo degli elettori, garantendo insieme, grande partecipazione e grande serietà.

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