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Censis: dieci città metropolitane sono poche

L’ambito ottimale delle funzioni di area vasta resta quello provinciale. Ma per governarlo serve un’istituzione controllata (ed eletta) direttamente dai cittadini. Un’esigenza che non può essere ravvisata nelle sole 10 città metropolitane in arrivo dal 1° gennaio. A dirlo è una ricerca del Censis che sarà presentata oggi a Roma durante l’assemblea del l’Upi e che è stata anticipata ieri alla stampa.

Il report dell’istituto presieduto da Giuseppe De Rita si inserisce nella guerra di numeri dell’ultimo mese tra il ministro degli Affari regionali, Graziano Delrio, e l’Upi. Con quest’ultima che ha bocciato il Ddl Delrio all’esame della Camera, perché produrrà 2 miliardi di costi, e il primo che ne ha chiesto invece l’approvazione entro dicembre per risparmiare 2,5 miliardi ed evitare – ha aggiunto ieri – che si torni al voto «nell’80% dei consigli provinciali».

Nello studio del Censis non ci sono nuove stime su costi o risparmi, ma c’è un’analisi approfondita dei dati territoriali e degli indicatori socio-economici che fa dire a De Rita: «Nella gran parte delle province italiane si registra una capillare distribuzione sul territorio di popolazione, imprese e servizi, cui corrisponde una complessa trama di relazioni. Si pone dunque con forza l’esigenza di mantenere e rafforzare un governo di area vasta unitario e coerente». Come? In primis non limitando a 10 le città metropolitane che raccoglieranno il testimone di altrettante province. Nell’utilizzare tre diversi parametri (popolazione di 800mila unità, densità di 300 abitanti per chilometro quadrato e rapporto tra i poli e le cinture urbane) la ricerca si chiede per quale motivo territori come Brescia, Palermo, Bergamo e Catania, «siano destinate nei disegni del legislatore nazionale a una limitazione dei loro poteri di intervento» e, più in generale, se abbia senso «un ampliamento dei poteri di governo locale in alcune realtà e di un indebolimento in altre». Tanto più che alcuni sistemi direttamente collegati allo sviluppo economico (i sistemi locali del lavoro e i distretti industriali) sono in gran parte organizzati su base provinciale.

Il report si sofferma poi sulle economie di scala che oggi ci sono e domani chissà. Sia per le scuole, visto che ora 107 province gestiscono 7.036 istituti superiori e in futuro si passerebbe a 1.484 comuni con 4,7 scuole a testa da seguire. Sia per le strade, se è vero che su 150mila chilometri viari oltre 111mila sono di livello provinciale (inclusi raccordi autostradali e assi di grande comunicazioni). Da qui il suggerimento del Censis di affidarne la «titolarità a istituzioni elette e controllate dai cittadini che guardano all’intero territorio di destinazione e di ricaduta delle politiche» evitando il ritorno ai particolarismi.

Conclusioni che il presidente dell’Upi, Antonio Saitta, sottoscrive. Al punto da chiedere al governo attuale di ripartire «da dove Monti aveva finito: dagli accorpamenti e dall’eliminazione di 7mila enti statali che avrebbero portato un risparmio di 5 miliardi di euro».

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