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Camera, è psicodramma sui tagli

Se bicameralismo perfetto dev’essere lo sia fino in fondo. Si ispira a questo principio la bozza d’accordo, datata 10 novembre 2010, sui tagli a stipendi e pensioni per i dipendenti della Camera che Italia Oggi è in grado di anticipare. In tempo di crisi economica, se i dipendenti pubblici e privati se la sono vista con le proprie aziende o con il governo, i dipendenti degli organi costituzionali, tra cui Camera e Senato, trattano al proprio interno in autonomia. A Montecitorio l’impulso iniziale è venuto dal presidente Gianfranco Fini. Ma quanto è dura tagliare o anche solo limare nel triennio 2011-2013 «significativi risparmi di spesa per il bilancio interno, sia sul versante della spesa pensionistica, sia in relazione a quella concernente il personale in servizio». Ne emerge un quadro ancora una volta lontano dal paese reale, a partire dalle conclusioni del documento che tradisce una certa invidia dei dipendenti della Camera nei confronti degli omologhi del Senato che almeno secondo quanto si evince dal testo, tenderebbero a fare i furbetti: «Qualora il nuovo regime pensionistico della Camera dei deputati risulti meno favorevole di quello adottato presso il Senato, sia tempestivamente avviata in sede contrattuale, un confronto volto a ridurre le eventuali diversità di trattamento pensionistico dei dipendenti dei due rami del Parlamento». Non solo. In sede contrattuale i dipendenti della Camera hanno tutta l’intenzione di avviare «un confronto volto altresì a superare le disparità di status giuridico-economico sussistenti tra i dipendenti dei due rami del Parlamento, anche attraverso l’introduzione di misure di carattere indennitario analoghe a quelle vigenti al Senato in materia di reperibilità, lavoro notturno, festivo e prefestivo, nonché di inteventi volti ad omogenei». In prima pagina si parla di: «Perequazione in relazione agli istituti vigenti nell’altro ramo del Parlamento». Tradotto significa che i dipendenti della Camera si sono rotti di essere considerati i parenti poveri del parlamento. Comunque, la riduzione dei trattamenti retributivi c’è: è all’articolo 8 e si applica agli stipendi che «al netto degli incrementi di cui al D.P. 15 giugno 1953, n. 401 e degli importi relativi all’indennità compensativa ferie», siano superiore a 90mila euro lordi annui. Ebbene, la bozza in possesso di Italia Oggi dice che verrà applcata una trattenuta del 5 per cento per la parte eccedente l’importo di 90mila euro fino a 150mila euro, nonché del 10 per cento per la parte eccedente 150mila euro. Tutto ciò seguito da una clausola ben precisa: «A seguito delle trattenute il predetto trattamento economico non può comunque essere inferiore a 90mila euro lordi annui». Insomma, tanti inevitabili mal di pancia ci sono, soprattutto nel campo del «regime pensionistico di anzianità» che Camera e Senato hanno sempre gestito in proprio con norme particolarmente favorevoli. E qui è davvero difficile inerpicarsi nella selva di norme, esclusione e deroghe che vengono stabilite e che sono di difficile decifrazione per degli esterni al Palazzo. Un punto fermo è che si parla quasi sempre di «collocamento anticipato». L’articolo 1 riguarda le «Norme per il collocamento anticipato in quiescenza a domanda dei dipendenti assunti successivamente al 29 febbraio 1992 ed in servizio al 31 dicembre 2008». L’articolo 2 le «Norme per il collocamento anticipato in quiescenza a domanda dei dipendenti assunti nel periodo compreso tra il 1° gennaio 1986 ed il 29 febbraio 1992». L’articolo 3 riguarda le «Norme per il collocamento anticipato in quiescenza a domanda dei dipendenti assunti anteriormente al 1° gennaio 1986».

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