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Brunetta: il blocca-stipendi non ferma i premi ai migliori

VENEZIA – Il blocca-stipendi pubblici inserito nella manovra correttiva di luglio non cancella «l’opportunità, per chi se lo merita, di essere pagato l’anno prossimo più di quest’anno», interpretazione autentica» dell’incrocio fra applicazione della riforma del pubblico impiego e manovra salva-deficit, su cui nei mesi scorsi si è acceso il dibattito, arriva direttamente dal ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. L’occasione è la ministeriale dell’Ocse che ieri ha radunato a Venezia 130 delegati di 37 paesi (fra cui 25 ministri della Pa) per discutere la riforma italiana scritta nel decreto legislativo 150/2009 e trarne le «linee guida» in fatto di governance pubblica da indirizzare ai paesi dell’organizzazione. Uno dei pilastri della riforma Brunetta sono gli incentivi al merito, chiamati a gonfiare lo stipendio del 25% di dipendenti pubblici «eccellenti» e alleggerire le buste paga del 25% che mostra le performance più grigie, mantenendo più o meno invariati i livelli degli altri. Su questo impianto è piombata a luglio la manovra salva-deficit che, complici anche le correzioni in corsa, ha lasciato nel dubbio gli uffici pubblici: la norma generale dice che nei prossimi tre anni «il trattamento economico ordinariamente spettante dei singoli dipendenti» non può superare quello del 2010. Dall’interpretazione della regola discende la possibilità o meno di premiare, senza aumentare i fondi complessivi destinati agli stipendi, i dipendenti meritevoli, portando la loro busta paga sopra i livelli di quest’anno (a scapito di chi è stato meno brillante). Sul tema Brunetta non ha dubbi: «La massa salariale nel pubblico impiego è di 171 miliardi, un rinnovo contrattuale medio vale altri 6 miliardi, di cui 500 milioni destinati al trattamento accessorio. Certo, con il rinnovo sarebbe più facile; così invece le risorse per i premi vanno trovate tra quelle disponibili». Passa anche da qui l’efficacia reale della riforma, che secondo il documento Ocse può dare una mano alla crescita anche attraverso la riduzione della spesa pubblica che può portare con sé un alleggerimento fiscale. La spesa italiana, calcola l’Ocse, sembra adatta allo scopo, per esempio per il fatto che da noi i salari assorbono il 50% dei costi di produzione della Pa, cioè quattro punti in più della media dei paesi sviluppati e fino a 20 punti in più rispetto a quelli dove è l’acquisto di beni e servizi a essere protagonista delle uscite (come la Germania). Con la crisi, il tema è finito al centro del dibattito di tutti i paesi sviluppati. In Portogallo la riforma della Pa ha fatto risparmiare il 2,6% del Pil, mentre il Canada prova a puntare sul protagonismo dei dipendenti pubblici. Ognuno di loro può suggerire innovazioni nel proprio ufficio, e ottenere dopo sei mesi di sperimentazione il 10% dei risparmi ottenuti grazie alla sua idea (con un tetto da 10mila dollari, cioè 7mila euro). Nel Regno Unito, dove l’obiettivo è tagliare del 33% i costi del-l’amministrazione, l’idea è quella di formare delle cooperative di (ex) dipendenti pubblici a cui esternalizzare i servizi. «In questo modo – spiega Francis Maude, ministro del Cabinet Office nel governo Cameron – i dipendenti si trasformano in imprenditori e sono sollecitati a trovare modi più efficienti per gestire il servizio». La sfida è partita, e secondo il governo sono già centinaia gli imprenditori in cooperativa che stanno scaldando i motori.

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