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Bologna, Merola getta via 160 mln

Centosessanta milioni di euro gettati via in tempi di crisi della finanza pubblica e coi sindaci che scalpitano contro il ministro Giulio Tremonti accusato di troppo rigore. Succede a Bologna, dove si celebra l’ennesimo caso di sperpero, salvo poi aumentare le tasse locali e le rette degli asili nido. È una vicenda tutta italiana quella che sta andando in scena nelle città più rossa d’Italia. Dopo anni di studi e di relazioni, dopo il placet del ministero con la conseguente erogazione dei fondi, dopo ripetute votazioni del consiglio comunale sono incominciati i lavori per dotare la città della maxi-infrastruttura, un autobus su rotaia a guida ottica, cioè senza conducente, una sorta di metropolitana su strada. Vie divelte, banchine realizzate nel mezzo degli assi di circolazione e diventate ostacoli per auto e moto, monitoraggio dei monumenti cittadini per verificare la fattibilità del passaggio di un mostro meccanico accanto ai monumenti medievali. Il tutto tra le proteste dei comitati dei cittadini e la meraviglia delle delegazioni straniere in visita. Fino al colpo di scena, il neo-sindaco, Virginio Merola, ha deciso che è tutto uno scherzo e ha co-firmato con l’azienda dei trasporti una lettera in cui dichiara che ci sarà una pausa di riflessione. Il che sembra significare che i lavori fin qui realizzati in città, coi conseguenti disagi, sono stati inutili, o quasi. E che i 46 Civis, cioè i grandi locomotori che dovevano essere il vanto di Bologna-la-grassa, già consegnati non usciranno dai depositi dell’azienda dei trasporti. Chi pagherà? Nella lettera si parla della ricerca di «una soluzione condivisa della vicenda», che per il Comune consisterebbe nel rimandare al mittente i 46 Civis facendoli sostituire dai più modesti ma meno invasivi Cristalis, filobus prodotti dalla stessa azienda, la Irisbus, del gruppo Fiat. Insomma addio sogni di gloria, non più il metro di superficie ma un semplice potenziamento della flotta dei filobus della locale azienda dei trasporti. Con buona pace dei lavori finora realizzati dal Ccc, la potente coop rossa delle costruzioni, che a suo tempo vinse l’appalto per la realizzazione dell’opera, in alleanza con Irisbus-Fiat. Il fatto è che il Civis è stato acquistato ma deve ancora ottenere il certificato di sicurezza da parte del ministero dei Trasporti. Anzi, il maxi-locomotore è addirittura stato bocciato dopo l’ultima verifica, facendo andare su tutte le furie Irisbus: «Siamo tranquilli», dicono i portavoce di Sergio Marchionne, «perché per noi i nostri 49 Civis che sono a Bologna sono sicuri, sono a posto e rispettano quanto scritto nel capitolato d’appalto». Attacca il sindacato di base Usb: «Chi ha imposto il Civis e chi lo ha sostenuto fino a oggi», afferma il suo delegato Italo Quartu, «paghi di tasca propria la sua scelta sbagliata». È lungo l’elenco di chi in questi anni, inascoltato, si è opposto al Civis. Lo storico dell’arte Eugenio Riccomini dice: «Non c’è nessun motivo per far passare il Civis per strade che hanno le stesse dimensioni del tempo degli antichi romani» ed Enzo Boschi, direttore dell’Istituto di Sismologia e vulcanologia sostiene che «le Due Torri rischiano di crollare se il tram su gomma passerà in centro storico. E giusto fermare i cantieri». L’Irisbus è un’azienda Iveco, gruppo Fiat, che produce autobus e filobus, la sede principale è a Lione, in Francia, poiché fino al 2000 era di proprietà italo-francese, controllata in modo paritetico da Fiat-Iveco e Renault Véhicules Industriels. Ora è interamente controllata da Iveco e sta vivendo giorni difficili perché ha denunciato uno stato di crisi e la decisione di chiudere lo stabilimento nei pressi di Avellino, tanto che i sindacati hanno scritto al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiedendogli di visitare lo stabilimento e sostenendo che si tratta di «una politica anti meridionale ed anti italiana della Fiat». Per quanto riguarda il Civis, ovviamente la polemica politica in città è alle stelle. Il Pdl ricorda che il sindaco Virginio Merola prima delle elezioni disse che «rinunciare a tutto sarebbe una sciocchezza anche molto costosa» mentre oggi sostiene una tesi opposta. Di rimando il centrosinistra ricorda che fu proprio Giorgio Guazzaloca, sindaco di centrodestra, a firmare l’avvio dell’iter per la realizzazione dell’infrastruttura. E Piero Collina, a capo del Ccc, chiosa sconsolato: «Se blocchiamo tutto per cosa abbiamo lavorato finora?». Davvero una storia all’italiana coi ricorsi al Tar, i continui cambi di progetto e di tracciato, l’apertura di un’inchiesta da parte della procura, la spesa di 160 milioni di euro e infine (il via è datato 1997) il ripensamento e il dietrofront. Intanto i comitati dei cittadini che ritengono di essere stati danneggiati dai lavori che hanno messo a soqquadro la città sono pronti ad intraprendere una class action per la richiesta di danni: «Avevamo ragione noi, ma ridiamo per non piangere» è la reazione di Marina Ricci, del comitato Savena-Mazzini. «Sono gli stessi problemi di sicurezza che denunciammo ai tempi di Cofferati, quando Virginio Merola era assessore in giunta. Ci rispose che quei lavori andavano fatti». Una vicenda tragicomica. «Contrattualmente abbiamo i margini per rivalerci, ogni sosta ha dei costi», aggiunge Collina, «ma decideremo come muoverci, solo quando scopriremo se si tratta di uno stop dettato dalla ricerca di altre soluzioni o di uno stop indefinito». Per la prima volta nella loro storia le coop rosse si ritroverebbero in tribunale contro il Comune rosso.

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