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Blocco dei contratti e stretta sui dirigenti: il conto degli statali

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In attesa che nelle prossime settimane il governo avvii la grande riforma dell’amministrazione, i dipendenti pubblici fanno i conti e temono di dover restare senza contratto e dunque con lo stipendio congelato fino al 2020. 
L’allarme si diffonde proprio mentre viene messo a punto l’intervento sulle retribuzioni dei dirigenti, destinato a finanziare parzialmente l’incremento delle detrazioni Irpef a beneficio dei lavoratori dipendenti (pubblici e privati).

Dei rinnovi contrattuali degli statali si parla nel Documento di economia e finanza (Def). L’indicazione però non è univoca. Al momento di fare le previsioni “a legislazione vigente”, ossia sulla base degli impegni di spesa richiesti da provvedimenti già in vigore, il governo si limita ad incrementare leggermente le uscite per il personale a partire dal 2018, per la necessità di provvedere all’indennità di vacanza contrattuale per il triennio 2018-2020. Ed è questa circostanza che ha fatto scattare l’allarme dei sindacati: prevedere il versamento dell’indennità suppone appunto che i contratti non siano rinnovati. Va ricordato che il blocco dura per i dipendenti pubblici ormai dal 2011: dunque nel caso le cose andassero davvero così le loro retribuzioni resterebbero inchiodate ai valori nominali per ben un decennio.

Ecco quindi che i rappresentanti sindacali della categoria si sono fatti sentire. «Un ulteriore blocco sarebbe inaccettabile e la nostra risposta non si farebbe attendere», hanno fatto sapere i segretari generali di Fp-Cgil, Cisl-Fp, Uil-Fpl e Uil-Pa, Rossana Dettori, Giovanni Faverin, Giovanni Torluccio e Benedetto Attili. Mentre per Raffaele Bonnani, numero uno della Cisl «è aberrante spostare in avanti il contratto dei dipendenti pubblici, questo significa mettere a terra completamente la pubblica amministrazione».

LO SPIRAGLIO
In realtà uno spiraglio resta aperto, anche se tutto da verificare. Nello stesso Def c’è un paragrafo dedicato alle previsioni finanziarie “a politiche invariate”, che tengono conto delle scelte concretamente fatte in passato, anche se naturalmente richiedono una copertura finanziaria aggiuntiva. In questo scenario, che non si concretizzerà se non ci sarà uno specifico intervento legislativo, sono previste maggiori spese per la voce “redditi da lavoro dipendente”, in conseguenza proprio della necessità di rinnovare i contratti per i trienni 2015-2017 e 2018-2020. Il 2014 infatti – in base alla stretta del 2010 e poi prorogata anche con anche con la recente legge di stabilità – è l’ultimo anno di blocco, anche se come già detto per stanziare effettivamente le risorse ci vorrà una esplicita scelta dell’esecutivo.

Nel dettaglio, servirebbero 2,1 miliardi nel 2015, 4,5 l’anno successivo, 6,6 nel 2017 e 8,6 nel 2018. Risorse non facili da trovare in una fase in cui il nostro Paese dovrà comunque convergere verso il pareggio strutturale pur se con qualche margine di flessibilità.

Intanto però c’è da mettere a punto la stretta sugli stipendi dei dirigenti. Nelle ultimissime ore l’idea di un taglio secco e progressivo sul modello delle pensioni alte sembra passare in secondo piano (anche per i dubbi di costituzionalità) e si lavora ad un intervento sulla parte variabile della retribuzioni, in particolare quella legata al risultato, ferma restando l’applicazione di tetti. La presidenza del Consiglio sembra essere il laboratorio in cui sperimentare le nuove ricette. Si attende un decreto per la riorganizzazione della struttura mentre le nomine dei nuovi capi Dipartimento dovrebbero tener conto del nuovo corso, con riduzioni di 15-18 mila euro l’anno. Per i dirigenti pubblici è poi prevista l’istituzione di un ruolo unico e la rimozione dei vincoli all’ingresso di esterni.

Quanto alla generalità dei dipendenti, gli obiettivi sono il ringiovanimento dei ranghi (anche attraverso i prepensionamenti) e la spinta alla mobilità. Ma raggiungerli non sarà immediato.

(Fonte: il Messaggero)

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