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«Basta affidare i progetti all’interno della Pa»

Sono 20 anni, dall’approvazione della prima legge Merloni nel 1994, che il settore dei lavori pubblici discute della norma, anacronistica e ipocrita, che impone alle Pa di affidare prioritariamente ai propri dipendenti la progettazione degli interventi, consentendo invece l’affidamento “esterno” dei servizi a liberi professionisti o società di ingegneria solo dopo aver dimostrato la carenza di organico di personale tecnico o le difficoltà di rispettare i tempi della programmazione o ancora che si tratti di opere di speciale complessità o rilevanza architettonica o ambientale o di progetti integrati. È una norma emblematica di un ordinamento che contrappone amministrazione pubblica e mercato, condannando i lavori pubblici in Italia a un progressivo declino, incapaci di darsi un assetto normativo e organizzativo adeguato ai tempi e rispettoso del criterio della competenza. Non a caso il documento sulla riforma degli appalti che la Rete delle professioni tecniche (Rpt), proporrà domani a Roma parte proprio dall’abolizione di questa norma che, in epoca di spending review, è anche un ostacolo alla ridefinizione del perimetro delle attività della Pa.

«È paradossale – dice Armando Zambrano, presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri e coordinatore della Rete delle professioni tecniche – che l’amministrazione chieda ai liberi professionisti requisiti severissimi di fatturato, competenze, lavori svolti, dipendenti, licenze e poi affidi prioritariamente incarichi al proprio interno a qualcuno che non ha nessuno di questi requisiti». Della Rpt fanno parte, oltre agli ingegneri, architetti, chimici, dottori agronomi e forestali, geologi, geometri, periti agrari, periti industriali, tecnologi alimentari, in rappresentanza di oltre 600mila professionisti.

«Aprire il mercato dei lavori pubblici» è il primo obiettivo del documento Rpt che piomba nel pieno della discussione per la riforma del nuovo codice dei lavori pubblici, rilanciata dall’attuale governo e trainata dall’obbligo di recepimento delle nuove direttive Ue su appalti e concessioni. Anzitutto, dice Rpt, «occorre rimuovere le regole attuali che impediscono l’accesso alle gare ai professionisti giovani e ai meno giovani che non siano in possesso di strutture professionali di notevoli dimensioni, con un numero notevole di dipendenti e con rilevanti fatturati». Un mercato dei lavori pubblici più largo, meno settario, più professionale: anche i professionisti pensano che questo sia il momento da non farsi sfuggire per un cambiamento profondo. E, a questo proposito, torna anche la proposta legislativa, a lungo sostenuta dal settimanale del Sole 24 Ore «Edilizia e territorio», di un rilancio del concorso di idee e di progettazione quali strumenti per far vincere in gara il contenuto della proposta progettuale anziché l’identikit del progettista o il costo della progettazione e dare spazio così anche ai giovani professionisti. Strumenti che consentono un dibattito pubblico sulla trasformazione dei territori e più trasparenza, a patto che anche le commissioni aggiudicatarie siano riformate – come propone la Rpt – puntando su «giurie miste individuate dalla stazione appaltante in collaborazione con gli ordini professionali a seguito di pubblico sorteggio».

La volontà unanime dei professionisti tecnici di rilanciare la centralità della progettazione nel processo di produzione dell’opera pubblica – progettazione che, viceversa, continua ad avere oggi un ruolo marginale rispetto a quello dei lavori – nel documento di Rpt appare chiara anche dalle alte proposte avanzate per la riforma del codice dei contratti pubblici. Il fondo rotativo per il finanziamento della progettazione, un’altra invenzione dell’era della legge Merloni, ora viene rilanciato per dare le possibilità, soprattutto ai comuni grandi e piccoli, di rompere il circolo vizioso che oggi, come allora, paralizza sul piano finanziario la macchina degli appalti: senza progetto non si accede ai finanziamenti per le opere, ma le piccole amministrazione non hanno risorse per finanziare autonomamente il progetto che dovrebbe trovare i fondi nello stanziamento dell’opera. Con l’aggravante, oggi, che a rafforzare la paralisi finanziaria c’è il patto di stabilità interno.

Un altro tema di attualità è quello dell’appalto integrato che mette insieme nella stessa gara progettista e appaltatore di lavori. Nato negli anni ’90 per tentare questa integrazione sotto il controllo stretto del costruttore, questa figura di appalto è tornata di attualità negli ultimi 5-6 anni con minori squilibri nel rapporto impresa-progettista e con maggiore attenzione da parte di molte imprese al ruolo del progetto. Passi avanti che sono però, secondo il mondo delle professioni tecniche, del tutto insufficienti, al punto che si chiede di mettere alcuni paletti legislativi per «regolamentare in modo più chiaro ed efficace ruoli e diritti del professionista negli appalti integrati». A partire dal pagamento del professionista che dovrebbe esser assicurato sempre direttamente dalla stazione appaltante per evitare contenziosi e garantire più tutele al progettista.

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