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Banda ultralarga con il contagocce

ROMA – In gergo si chiama alfabetizzazione digitale. È più prosaicamente la capacità di un paese di avanzare nell’uso delle tecnologie informatiche, senza troppe zone d’ombre tra una località e l’altra e possibilmente con il giusto passo sia che si tratti di famiglie sia che in gioco ci sia la competitività delle imprese. Le classifiche a dire il vero non sono troppo lusinghiere né in un caso né nell’altro e non si tratta solo di regole troppo severe sul wi-fi. Un esempio da manuale del ritardo italiano è la condizione in cui versano i distretti industriali, dove piccole e medie imprese dovrebbero volare in banda larga per gestire rapporti con fornitori, clienti, pubblica amministrazione, innovare i processi interni, provando, in sintesi, a diventare più competitive. Secondo gli ultimi dati, raccolti dal ministero dello Sviluppo, solo l’11% delle linee telefoniche presenti nei distretti supporta collegamenti Adsl 2 plus, cioè da almeno 20 megabit al secondo. Si salta al 69% se ci si accontenta di un collegamento Adsl da 7 mega, ottimo per un uso familiare ma forse già insoddisfacente per applicazioni aziendali. Un quinto delle linee è in condizioni pessime: è in digital divide, cioè sprovvisto di banda larga, o è al massimo pronto per un collegamento “lite”, cioè da 640 kilobit al secondo. Velocità da preistoria. L’analisi del ministero è stata condotta per mettere a fuoco i distretti su cui concentrare i fondi (pochi) del piano per la banda larga. Confindustria ha selezionato 59 poli prioritari: tra gli altri il mobile di Teramo-Pescara, l’orafo di Arezzo, il tessile della Val Seriana, la rubinetteria di Lumezzane, l’alimentare di Sibari, la meccanica di Siracusa. Sono solo alcuni esempi, accomunati da un ritardo strutturale. Da regione a regione il quadro può però variare, anche con punte significative e senza rispettare il tradizionale schema Sud-Nord. È in Umbria e Val d’Aosta che i distretti sono più indietro sulla banda ultralarga, mentre Puglia e Sardegna svettano con il 39 e il 35%. Per le linee da almeno 7 megabit al secondo la classifica cambia: Sicilia, Basilicata, Lazio e Lombardia primeggiano (oltre l’80%), Molise e Val d’Aosta arrancano più degli altri. Lo sviluppo della banda larga nel paese richiede risorse, ed è il primo problema. Poi esige regole chiare, ed è il solito terreno di scontro tra Telecom Italia e i suoi concorrenti. Ad agitare ancora di più i gestori alternativi potrebbe essere un emendamento al ddl Brunetta per la semplificazione appena presentato dal relatore Andrea Pastore. Il testo ricalca l’articolo del ddl Comunitaria sul cosiddetto pacchetto Telecom fissando tempi precisi per i decreti delegati, ma prevede anche la segmentazione geografica: regole diverse in diverse aree del paese in base al livello di mercato. Un punto su cui si può già prevedere che i concorrenti di Telecom Italia daranno battaglia. L’emendamento prevede poi che il governo adotti misure per promuovere la condivisione delle infrastrutture, divenuta ormai un mantra tra esponenti del governo e dell’industria che ancora credono al sogno di un’unica rete nazionale in banda ultralarga.

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