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Attenzione all’archeo-condono

Per alcuni giorni, all’interno del maxi-emendamento della manovra finanziaria, è stato inserito un gruppo di articoli raccolti sotto la voce: «Disposizioni in materia di emersione e catalogazione di beni archeologici, nonché revisione delle sanzioni penali». In pratica, vi era scritto che chiunque possegga un reperto archeologico mai denunciato, «può conservarne la detenzione, a titolo di deposito per conto dello Stato» per la durata d i trent’anni, rinnovabili illimitatamente. In cambio basta pagare una multa pari al 30% del valore del bene, sancendo di fatto la sospensione dei procedimenti penali, e impedendo la tracciabilità di ogni acquisto clandestino. È notizia di ieri che l’archeocondono (i cui articoli avevano preso a circolare sul web) sia stato stralciato. Pericolo scampato? Pare proprio di no, dal momento che è stata presentata una proposta di legge (firmata da 5 parlamentari del Pdl) che prevede un condono ancora più radicale: basta pagare 50 euro a pezzo per mantenere il possesso di qualsiasi cosa, un’anfora come una statua. Entrambi i testi (indipendentemente dal loro iter parlamentare, qui interessa il fatto stesso che siano stati concepiti) sono in linea con lo spirito dei tempi. Pur di far cassa (e la Crisi sembra giustificare ogni iniziativa) si studia l’emersione di ogni possibile traffico. Ma se l’archeocondono andasse in porto, si produrrebbe uno smottamento molto più grave, un cortocircuito passato-presente, e non solo pubblico-privato, di più vasta portata. Il mercato clandestino e illegale dei beni archeologici riguarda tutta l’Italia, e tutto il Mezzogiorno. Ma, osservandolo dalla Puglia, è possibile scorgere meglio che altrove le sue dinamiche. L’ossessione di possedere il passato, non catalogandolo pubblicamente, ma trafugandolo privatamente, è uno dei vizi antichi di quella che Giovanni Russo un tempo chiamò «borghesia lazzarona». Negli ultimi decenni, il mercato non si è affatto arrestato, anzi si è «democratizzato» ulteriormente rompendo nuovi argini. È inutile nascondersi dietro un dito: quanti sono i salotti vecchi e nuovi che mettono in bella mostra un’anfora, un vaso, un monile, una coppa proveniente dal passato greco, romano o japigio? Tantissimi. Quante sono le raccolte private messe su, in barba alla legge, tenendo per sé (o, peggio, andando a vendere ad altri musei, in altri paesi) ciò che dovrebbe finire nei nostri musei? Il nodo culturale e antropologico del possesso di beni antichi, che l’archeocondono intende sdoganare, è tutto qui. Ma c’è anche qualcos’altro, che riguarda da vicino la storia delle nostre città. Il caso di Taranto è esemplare. Ed è stato ben illuminato in un vecchio libro che meriterebbe di essere ristampato: I signori del piccone. Storia di un museo archeologico del Sud di Angelo Conte (edito da Scorpione nel 1985). Come noto, la Taranto «classica» era una fiorente città che si estendeva molto al di là dell’attuale Città vecchia, più o meno fino all’attuale viale Magna Grecia. In seguito, per circa duemila anni, con alterne fortune, la città coincise quasi unicamente con l’Isola, e solo dopo l’Unità d’Italia venne varcato nuovamente quello che poi è stato chiamato Canale Navigabile. Così la costruzione della città nuova, del Borgo e dei quartieri intorno all’Arsenale, a cavallo tra Ottocento e Novecento, favorì la scoperta di un patrimonio sotterraneo inestimabile. Bastava affondare i picconi e veniva fuori di tutto: statue, coppe d’argento, ori, tombe a camera, sarcofagi, lastre lavorate. Un’immensa mole di materiale che era rimasta sommersa per secoli. Il traffico di reperti incominciò subito. La comparsa dei tombaroli fu consustanziale alla fondazione della città nuova. Anzi, furono gli stessi proprietari dei suoli ad alimentare il traffico, una volta che capirono che da essi ci avrebbero guadagnato due volte: per i palazzi che sarebbero stati costruiti al di sopra, e per quello che nascondeva la terra. Scrive Conte: «Il controllo del mercato clandestino di materiale archeologico era interamente nelle mani di pochi uomini che, con la loro arrogante spavalderia, giungevano perfino a contestare e minacciare l’operato di un funzionario governativo». Mettere in piedi il Museo archeologico in un tale clima da Far West fu un’impresa eroica, e giustamente Conte ricorda quegli eroi dimenticati. «Eroi borghesi», potremmo definirli, rappresentanti di un’altra borghesia, colta e purtroppo minoritaria, diversa da quella fotografata da Russo. Tuttavia, tantissimo materiale è andato perso, perché trafugato e spesso finito – attraverso molteplici vie private – nei grandi musei del Nord Europa. Così, quello che poteva essere da subito uno dei 3-4 musei più importanti del continente nacque zoppo. Si dirà: ma questo Far West non aveva regole? No, non ne ha avute fino al 1909. Per almeno cinque decenni a partire dall’Unità, chi rinveniva era proprietario, e – da una posizione di sostanziale inattaccabilità – poteva vendere al miglior offerente. È solo con la legge del 1909 (poi potenziata nel 1939) che lo Stato introduce il monopolio dell’autorizza-zione degli scavi e l’idea che tutto ciò che viene rinvenuto è di sua proprietà. Più volte, negli ultimi 15 anni, dall’interno dell’attua-le maggioranza di centrodestra si è cercato di picconare la legge del 1909. Questi sono solo gli ultimi tentativi, in ordine di tempo. Fossero approvati, se non ora, nel futuro prossimo, ci farebbero tornare indietro di un secolo. Esattamente a quel Far West di primo Novecento da cui a fatica ci si era emancipati.

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